A Roma, dove vive da più della metà dei suoi 38 anni (ci si è trasferito ventenne per frequentare il Centro Sperimentale di Cinematografia), si sente «un po’ come un meridionale in Germania». Luca Ravenna resta milanesissimo nell’animo, e tornare in scena nella sua città per lui è sempre un piacere. Succederà da domani a mercoledì con tre repliche agli Arcimboldi del suo nuovo show, Flamingo, andate subito sold out come pure le due date aggiunte il 18 e 19 aprile. Un successo annunciato dopo che con il precedente spettacolo, Red Sox, ha sbancato, con più di 75 mila spettatori, di cui 5 mila in Europa e a New York, e quasi un milione e mezzo di visualizzazioni su YouTube.
L’origine del titolo, che in italiano suona “fenicottero”, resta top secret — «agli spettatori lo spiego — confessa — ma solo nel finale» — , ma qualche indizio sui temi che tratterà con la sua comicità tagliente, che affonda nel quotidiano e nell’autobiografia per rivelare vizi e virtù suoi e di chi gli sta attorno, lo dà: «In quanto italiano, famiglia e politica tornano inevitabilmente, uno dei pezzi riusciti meglio è proprio quello con mio fratello Matteo (che gli fa da manager ed è già stato al centro di diversi sketch, ndr). Flamingo è un viaggio nei contrasti della vita quotidiana e dell’attualità. Parla del tempo che passa e del rapporto tra “altissimo” e “bassissimo”. Racconto la mia famiglia d’origine, il desiderio di restare bambini contrapposto al diventare uno “zio putativo” dei figli degli amici, e anche il mio rapporto personale con la fede». Il tutto con lo sguardo dissacrante che ha imparato dai suoi ispiratori, «due maestri come Louis C.K. e Dave Chappelle e, tra gli italiani, Aldo Giovanni e Giacomo».






