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Ultimo aggiornamento: 11:31
Spesso arriva prima la vendetta dei nemici che la condanna della giustizia internazionale. E il caso della recente morte di Saif al-Islam lo dimostra. Secondogenito dell’ex leader libico Muammar Gheddafi e ultimo erede politico del rais, Saif al-Islam è morto lo scorso martedì nell’area di Zintan nel nord-ovest della Libia per mano di un commando di quattro persone che lo ha freddato nel giardino della sua abitazione. Ma Gheddafi junior non era un uomo libero. Ricercato dal 2011 dalla Corte Penale Internazionale, pendeva su di lui la spada di Damocle di un mandato di cattura per crimini contro l’umanità – omicidio e persecuzione – commessi presumibilmente in Libia proprio nel 2011.
Latitante per la giustizia internazionale, non hanno fatto fatica i suoi nemici a rintracciarlo ed emettere la “sentenza definitiva”. Con Saif al-Islam Gheddafi, salgono così a undici i personaggi con mandato d’arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale deceduti prima di ricevere la sentenza di condanna da parte della più alta istituzione giudiziaria intergovernativa. Tutti – tranne uno morto causa Covid-19 – sono riusciti a sfuggire alla giustizia internazionale per rimanere vittime della “giustizia fai da te” dei loro nemici. Dati alla mano, nella storia della Cpi, delle 73 persone che sono state incriminate pubblicamente, il 15% – circa 3 persone ogni 20 indagati – muore prima che la giustizia possa fare il suo corso e arrivare al giudizio finale che li dichiari colpevoli di fronte alla Storia.











