Stupore, sbigottimento. E – per ora – silenzio, in attesa di studiare bene le carte e capire come muoversi. È un colpo di scena il verdetto della Cassazione che nel tardo pomeriggio rimbalza tra le stanze di via Arenula e Palazzo Chigi. Nessuno si sbilancia, ma la percezione è che il referendum sulla giustizia rischi di trasformarsi in un gioco dell’oca. Col pericolo di tornare alla casella di partenza, o quasi. Potrebbe infatti slittare la consultazione popolare sulla separazione delle carriere e la riforma del Csm prevista per il 22 e 23 marzo.
Ieri l’ufficio centrale per il referendum della Suprema corte ha accolto un nuovo quesito, proposto dai 15 giuristi del comitato per il No che avevano promosso la raccolta firme sul ddl targato Carlo Nordio e raggiunto in poche settimane le 500mila sottoscrizioni. E ha stabilito che quella formulazione è migliore del testo proposto dai parlamentari, che gli Ermellini avevano già accettato il 18 novembre scorso accogliendo le richieste di referendum di maggioranza e opposizione.
Risultato? Sulle schede andrà stampato il nuovo quesito, quello proposto dai giuristi. Che in realtà differisce dal primo solo per un dettaglio: si citano gli articoli della Costituzione modificati dalla riforma, non riportati nella precedente formulazione. Questione di lana caprina, per i non addetti ai lavori, anche perché – sbuffano dal centrodestra – «nessuno decide come votare in base al quesito». L’effetto però è dirompente, almeno per la maggioranza che puntava ad accorciare i tempi: il referendum può slittare, forse di qualche settimana.











