Nel processo 'Angeli e Demoni' sugli affidi nella Val d'Enza reggiana, dal 27 giugno 2019, giorno delle misure cautelari, "si è registrato un clamore mediatico della vicenda tale da avere travolto non solo le sorti dei bambini e dei loro familiari ma, con conseguenze non calcolabili, le vite degli imputati, e per quanto qui rileva, degli stessi testimoni".

È un passaggio della sentenza del processo sul 'caso Bibbiano', depositata dal tribunale di Reggio Emilia: 1.650 pagine per spiegare la decisione del 9 luglio, quando i giudici hanno emesso tre condanne con pena sospesa a fronte di richieste fino a 15 anni da parte della Procura.

Per la Procura di Reggio Emilia, che aveva chiesto una condanna a 15 anni, Federica Anghinolfi, ex responsabile dei Servizi sociali dell'Unione Val d'Enza era figura chiave dell'inchiesta 'Angeli e Demoni' sugli affidi. Ma per il tribunale, che l'ha condannata in primo grado a due anni solo per due imputazioni, nei confronti della ex dirigente sono stati utilizzati dall'accusa "argomenti generici, del tutto suggestivi, come quelli tramite i quali si è valorizzato ed enfatizzato il 'ruolo apicale' ricoperto". Argomenti, "inidonei a dimostrare la consapevolezza in capo alla dirigente della asserita falsità delle relazioni". Di più: nella sentenza depositata oltre sei mesi dopo la lettura del dispositivo, si dice che le contestazioni di falso mosse ad Anghinolfi in concorso con gli operatori si sono fondate "in modo pressoché esclusivo, sul suo ruolo dirigenziale, oltre che sulla enfatizzazione di profili attinenti alla sua personalità e alla sua vita". Del resto, prosegue il tribunale "è solo in quest'ottica che si spiegano" le accuse di falso "anche con riguardo a relazioni rispetto alle quali" l'imputata "non risulta avere neppure firmato la relativa nota di trasmissione".