Nei mesi invernali la montagna si anima di sciatori, fondisti e snowboarder, mentre in estate diventa il territorio ideale per trekking, ciclismo e viaggi lenti tra vallate e borghi. Qualunque sia la stagione, però, c’è un momento che mette tutti d’accordo: la sosta in rifugio. Qui la cucina non è mai solo un contorno all’esperienza, ma parte integrante del viaggio, pensata per riscaldare, sostenere e restituire energia dopo ore all’aperto. La cucina di montagna nasce da esigenze pratiche e da una profonda conoscenza del territorio. È fatta di ingredienti semplici e reperibili: cereali resistenti al freddo, patate, legumi, pane raffermo, formaggi d’alpeggio, carni, uova, erbe spontanee, funghi e frutti di bosco.
Accanto ai rifugi più tradizionali, oggi esistono anche alcune realtà che propongono una cucina gourmet in quota, con piatti curati e interpretazioni contemporanee dei grandi classici. Senza soffermarsi troppo su queste eccezioni, il cuore della cucina di rifugio resta però quello autentico e conviviale, fatto di sapori schietti e porzioni generose.Tra le proposte più immediate e diffuse, soprattutto nei rifugi alpini, spicca il cosiddetto “piatto dello sciatore”: uova al tegamino servite con speck croccante, formaggi locali e pane o patate. Un piatto semplice, veloce e altamente energetico, diventato un grande classico grazie alla sua capacità di rimettere in forma con gusto dopo una giornata sulle piste. Non mancano poi soluzioni più informali e popolari, come il minestrone con la fettona di wurstel, presenza curiosa ma ormai familiare in molti rifugi di passaggio.







