No, non sono stati gli americani a portare in Italia uno dei piatti più identitari della cucina nazionale: una tesi con mille lacune che la voleva originata dalle razioni dell'esercito americano in risalita per la Liberazione della penisola durante la Seconda Guerra Mondiale e che viene (ulteriormente) smentita dalle prove: nello specifico, dal reportage romano di un quotidiano olandese scovato da due ricercatori tedeschi. È il 23 agosto 1939, quando il quotidiano indonesiano in lingua olandese De Koerier pubblica un articolo dal titolo Sogno romano di una notte di mezza estate. È una cronaca di piazza Santa Maria in Trastevere e delle sue trattorie, firmata con le iniziali “N.K.” (attribuibili alla giornalista Nora Koch Berkhuijsen in quel tempo inviata, appunto, a Roma). A un certo punto, parlando di due locali affacciati sulla piazza, la cronista scrive: «L’unica differenza è che una si chiama Umberto e l’altra Alfredo; e che una serve come specialità il “risotto con gamberi” e l’altra gli “spaghetti alla carbonara”».

La traccia storica

A mettere le mani sul pezzo, i giornalisti olandesi Edwin Winkles e Janneke Vreugdenhil, che ne scrivono un articolo e lo condividono con Alberto Grandi, come racconta Luca Cesari sul Gambero Rosso. Finora la più antica attestazione del nome carbonara compariva in un film del 1949 con Totò, Yvonne la Nuit. In una scena ambientata in una trattoria romana a Trastevere, Totò ed Eduardo De Filippo ordinano al cameriere: «Coda alla vaccinara per due e spaghetti alla carbonara per tre». Pietra tombale sulla tesi americana, quindi, e un bel sospiro di sollievo per chi ha sempre creduto nell'italianità della carbonara. Soprattutto, si festeggia in Umbria, a Monteleone di Spoleto e Cascia, dove è attestato il primo incontro documentato tra la pasta, il guanciale (anzi: il “grasso e magro di maiale”) e il formaggio, probabilmente pecorino, anche se la ricetta originale non lo precisa.