La guerriglia viene considerata gravissima ma chi vi ha partecipato può cavarsela, se non è l’autore materiale del colpo più eclatante, con una misura cautelare minimalista. È questa la chiave di lettura che emerge dalle tre ordinanze con le quali il gip di Torino Irene Giani, dopo gli scontri del 31 gennaio legati alla manifestazione contro lo sgombero di Askatasuna, ha disposto gli arresti domiciliari per Angelofrancesco Simionato e la presentazione alla polizia giudiziaria di Matteo Campaner e Pietro Desideri. Nonostante le ordinanze fotografino un quadro di violenza estrema e organizzata, quando il gip passa dalla descrizione dei fatti alla risposta cautelare, il passo sembra accorciarsi. La toga nella premessa scrive che circa 1.500 soggetti, «con azione evidentemente preordinata e organizzata», si travisano e si dirigono compatti verso corso Regina Margherita, dando vita a «una vera e propria guerriglia urbana».

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Tre arrestati, tre rilasciati. Tutti a casa, come nel film di Luigi Comencini. E in fondo anche qui si celebra un 8 settembre: è la vergognosa resa della giustizia italiana. E, di conseguenza, della nostra sicurezza. Se, di fronte a un manipolo di violenti teppisti, che forse sarebbe meglio definire terroristi, di fronte all’assalto a Torino che lo stesso giudice definisce un’operazione di «guerriglia urbana», di fronte a quello che il ministro dell’Interno ha ritenuto un attacco al cuore dello Stato, se di fronte a tutto questo non sappiamo far altro che arrestare tre (dicasi tre) violenti per liberarli dopo due giorni, bene, allora vuol dire che siamo fottuti.