WASHINGTON. «Abbiamo salvato il Washington Post una volta, lo salveremo una seconda». Parola di Jeff Bezos, l’uomo diventato miliardario vendendo libri e pacchi on line prima di innamorarsi dell’esplorazione spaziale e dell’editoria. Comprò nel 2013 per un dollaro il celebre quotidiano che svelò il Watergate nel 1974 portando Richard Nixon alle dimissioni e ispirando un’intera generazione di reporter – non solo americani – che il cuore di Washington era il luogo dove volevano mettere radici e appoggiare la macchina per scrivere. Davanti al palazzo in stile pseudo vittoriano su K Street dove il Washington Post ha oggi sede c’è un via vai del tutto normale; il sito racconta l’America, i dietro le quinte e la cronaca di quel che succede al Congresso, alla Casa Bianca e nella città più misteriosa e potente del mondo. Eppure, mercoledì 4 febbraio il sole è più pallido e quella scritta che accompagna la testata del Washington – “La democrazia muore nell’oscurità” – da quando Donald Trump si insediò la prima volta al 1600 di Pennsylvania Avenue, è ancora più buia, scura.

Quella salvezza una seconda volta – frase di fine 2024 – suona beffarda. La salvezza immaginata da Bezos è un passaggio a raso per decimare la redazione, ridurre di un terzo i posti di lavoro nel giornale (300 su 800 nella newsroom) e in genere nella compagnia. Intere sezioni smantellate, azzerate. Non ci sarà più lo sport, la sezione dei libri, gli uffici all’estero ridotti a presenze con appena una dozzina di posti coperti quando sino a ieri mattina c’erano giornalisti e corrispondenti, stringer e collaboratori in Asia, Medio Oriente, Australia, India. Hanno ricevuto una e-mail in cui si notificava che la posizione era stata «eliminata». Su X i reporter destinatari della lettera hanno postato dispiace e il ringraziamento per «i favolosi anni trascorsi» in una selva di re-post ed emoticon.