Napoletana, romana, veronese, in teglia, in pala. Gli stili di pizza oggi sono tanti e riconoscibili. Accanto a quelli più noti, però, ce n’è un altro che da tempo esiste sul territorio e che solo negli ultimi anni sta provando a raccontarsi in modo più chiaro: la pizza cosentina.
La Cosentina, a differenza della Napoletana per esempio, non è codificata e non ha un disciplinare. Ma non significa, tutt’altro, che non abbia una storia. Si è formata nel tempo, attraverso l’uso e le abitudini locali, e oggi viene riconosciuta come una tipologia propria dell’area di cui prende il nome. Tonda, ampia, con un cornicione non troppo pronunciato e ben croccante, non sempre è utilizzata come unica portata del pasto, ma spesso servita in condivisione per un antipasto o un aperitivo, come tradizione vuole.
Evoluzione
La pizza cosentina non nasce al ristorante o in taverna, ma si evolve naturalmente da quella che tipicamente veniva prodotta nei forni da pane. Strumento di cottura che, invero, definisce anche l’anima del prodotto, grazie alle cupole più alte e alla cottura tendenzialmente più dolce rispetto ai più classici forni da pizza. Una condizione di partenza apparentemente neutra, che come destino vuole, quasi per caso nel tempo ha favorito una pizza ben diversa, ben più larga e non particolarmente umida. Raramente nel nostro panorama enogastronomico un piatto, famoso o meno, ha una carta d’identità certa. E questa tipologia di pizza non fa eccezione: più che dalle fonti scritte, le informazioni arrivano dalla pratica quotidiana e dal racconto di chi questa pizza l’ha impastata, cotta e mangiata negli anni.






