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Per anni ci siamo raccontati che i titoli di Stato rappresentavano l'investimento privo di rischio, la base solida su cui costruire portafogli, politiche monetarie e stabilità finanziaria. Ma oggi in alcune latitudini quella narrazione mostra crepe evidenti
L'oro non risponde alle mode. Quando torna al centro della scena lo fa sempre per la stessa ragione: perché la fiducia negli strumenti che lo avevano temporaneamente relegato ai margini inizia a incrinarsi. Non è una questione di panico, ma di prudenza. E oggi la prudenza è tornata ad avere un prezzo. Negli ultimi due anni il metallo giallo ha vissuto fasi di forte volatilità, con movimenti repentini che hanno disorientato il risparmiatore meno allertato e confermato, invece, le scelte di banche centrali e investitori più strutturati. Ma l'oro - che la scorsa settimana ha toccato quota 5.600 dollari l'oncia per poi ripiegare appena sotto quota 5.000 - non è tornato protagonista per caso né per una moda passeggera alimentata dalla speculazione. È tornato perché qualcosa, nel rapporto tra mercati, debito sovrano e fiducia, si è incrinato in modo profondo.






