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Due mondi che fino all'altro ieri si confrontavano, si scontravano a volte, ma che ritrovavano in qualche modo un senso di appartenenza allo stesso universo
Il gelo. Toghe nere e toghe rosse. Due mondi che fino all'altro ieri si confrontavano, si scontravano a volte, ma che ritrovavano in qualche modo un senso di appartenenza allo stesso universo. E che ieri si invece, all'inaugurazione dell'anno giudiziario di Milano, si raccontano come irreparabilmente distanti. Da una parte gli avvocati, dall'altra i magistrati. In entrambi i mondi, come è noto, esistono i dissidenti, esistono tentativi di dialogo. Ma nell'aula magna del palazzo di giustizia di Milano appare in tutta la sua evidenza una lacerazione nel mondo della giustizia che non ha precedenti e di cui, comunque vada a finire il referendum del 22 marzo, appaiono ardue le speranze di ricucitura,
Applausi quando vengono esposte le proprie tesi. Silenzi eloquenti quando parlano "gli altri", quando chi si alterna al microfono affronta - tra cautele formali e asprezze sostanziali - le ragioni del Sì e del No. Salta anche il galateo istituzionale, la tutela delle forme che in passato garantiva almeno gli apprezzamenti di circostanza. Giudici contro avvocati, le fazioni del No contro quelle del Si. Depurato dalle poche eccezioni interne, lo schieramento in vista del voto popolare sulla riforma si sovrappone quasi perfettamente alle due categorie che vivono quotidianamente il pianeta giustizia.






