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È la fine di un mondo, quello della magistratura, che si credeva intoccabile ed era convinta che nessuno avrebbe avuto il coraggio di osare

La riforma della giustizia è legge. Non è la fine del mondo ma certo è la fine di un mondo, quasi a prescindere dall'esito del referendum confermativo a cui la riforma sarà sottoposta la prossima primavera. È la fine di un mondo, quello della magistratura, che si credeva intoccabile ed era convinta che nessuno avrebbe avuto il coraggio di osare tanto, al punto che uno dei suoi volti più noti, il pm Piercamillo Davigo, prima di finire a sua volta condannato, trovò normale dire in diretta tv che «se uno viene assolto da una nostra inchiesta è solo un colpevole che l'ha fatta franca». Chi in passato aveva provato a frenare questa deriva illiberale, da Berlusconi a Prodi fino a Renzi, ci aveva lasciato le penne senza cavare un ragno dal buco. Hanno tentato di sfangarla anche questa volta, sacrificando prima Luca Palamara capo di quel sistema per oltre un decennio sull'altare dell'ipocrisia e poi urlando al colpo di Stato. Hanno fallito perché questa volta non solo hanno trovato sulla loro strada un premier e una squadra non attaccabili, ma soprattutto perché hanno perso il consenso dell'opinione pubblica, disgustata da inchieste farlocche, da teoremi e pure sentenze poi smentite dai fatti, che hanno rovinato vite e deviato il corso della democrazia. A partire dalla mamma di tutte le porcate che fu lo scoop dell'avviso di garanzia al neo premier Silvio Berlusconi con il quale anche io mi sporcai le mani nel 1994 al Corriere della Sera: ci fu consegnato sottobanco dalla Procura di Milano nel giorno in cui il Cavaliere presiedeva il suo primo vertice internazionale proprio per fargli più danno possibile. Da allora in poi fu un crescendo di abusi di potere in nome e per conto di una sinistra incapace di reggere il confronto elettorale con il centrodestra.