Tempi di attesa non solo "lunghi" ma incompatibili con il mantenimento dello stato di salute. E per paradosso un paziente, che avrebbe dovuto entrare in un percorso definito con tempi e risposte certe, dopo un anno di vana attesa è stato costretto a rivolgersi ad una struttura sanitaria del Veneto per risolvere il problema. È quanto accaduto ad un signore pordenonese la cui vicenda è stata resa nota dalla figlia, e la stessa figlia aveva anche inviato una Pec alla direzione dell'AsFo, che aveva seguito una mail e diverse telefonate di sollecito. Solo ieri l'Urp ha contattato la signora per raccogliere informazioni, ormai fuori tempo massimo.

E della vicenda è stato investito anche l'assessore Riccardi, oltre che alcuni consiglieri regionali. La vicenda riaccende così l'attenzione sulle criticità delle liste d'attesa e, in questo caso, anche sulla gestione dei pazienti urologici. Nella lettera all'assessore Riccardi la signora denuncia una situazione che definisce «di spaesamento e sconforto».

La storia parla di un familiare, sottoposto la scorsa estate a un intervento di stenting ureterale sinistro. Al momento della dimissione, racconta la donna, era stato assicurato che il successivo intervento di trattamento endourologico della calcolosi sarebbe stato programmato "a breve", entro dieci giorni. Un'indicazione che però non compare nella lettera di dimissione. Da quel momento, la comunicazione con il reparto si sarebbe trasformata in un percorso a ostacoli: prima le ferie della dottoressa responsabile, poi il rinvio a settembre, quindi nuove informazioni discordanti sulla durata massima dello stent. «A settembre ci è stato detto che dura sei mesi, a fine settembre i mesi sono diventati nove», scrive la cittadina.