Un'altra tregua energetica. Fragile, limitata, ma utile a entrambi. È l'unico timido progresso di estenuanti trattative, al netto dei periodici accordi per lo scambio di prigionieri. La fatica e lo scoramento di Donald Trump sono evidenti. Ma il presidente Usa non si dà per vinto e annuncia che Putin ha accettato una moratoria sugli attacchi alle infrastrutture elettriche ucraine per una settimana. E Kiev avrebbe promesso di interrompere i raid con i droni sugli impianti energetici russi (ma non è ufficiale: lo sostengono i blogger militari russi). Trump rivendica così piccoli successi e tiene alta la pressione sulle parti per dimostrare di continuare a volere la pace.

Quello ucraino è il solo dossier sul quale nessuno può affermare che il presidente Usa abbia mantenuto le promesse. Niente pace in 24 ore, né in 24 giorni o 24 settimane. Il miraggio dell'armistizio di lunga durata resta un sogno proibito. L'armistizio di una settimana, peraltro neppure confermata da Mosca, non ha l'impatto mediatico globale del blitz delle forze speciali a Caracas, con Maduro e consorte trascinati in manette a Manhattan. Eppure non è poco, se Trump è riuscito davvero a strappare una sospensione dei bombardamenti russi su impianti energetici che servono a tenere al caldo i civili (bambini, anziani, malati) con temperature che toccano i 30 gradi sottozero. Nessuno batte la grancassa, né a Mosca né a Kiev. E Trump evita i trionfalismi. «Gentile da parte dei russi fermare gli attacchi». Nelle scorse settimane Putin si è mosso come un pugile che colpisce i fianchi, con l'obiettivo di fiaccare la resistenza dell'avversario, rendere impossibile la vita ai civili e suscitare un moto di protesta contro il governo centrale. Ma un'altra realtà sta emergendo sul campo e non sfugge all'Institute for the Study of War, il think tank più attento a ciò che accade sul terreno. Se nel 2025 la guerra ha ucciso 2.514 civili ucraini e ne ha feriti 12.142, in aumento del 31 per cento sul 2024, il risultato militare della mattanza è tuttavia relativo. «La Russia osserva l'Isw dovrebbe spendere quantità significative di risorse, tempo e personale per conquistare tutto il Donbass. Le forze russe difficilmente riusciranno a strappare ciò che rimane prima di agosto 2027», anche presupponendo che «riescano a sostenere il ritmo d'avanzata registrato dalla fine di novembre 2025, già rallentato tra la fine di dicembre e l'inizio di gennaio 2026». In pratica, Trump è riuscito a far sedere allo stesso tavolo russi e ucraini. Ma i nodi, essenzialmente due, restano sul tappeto. Il primo è la pretesa russa che gli ucraini si ritirino da tutto il Donbass, abbandonando la "cintura fortificata" che ha impedito finora all'esercito di Putin di dilagare verso Dnipro e da lì puntare a nord su Kiev e a sud su Odessa. L'Ucraina non intende cedere territori che i russi non sono in grado di conquistare, ma che potrebbero diventare un trampolino. Le garanzie di sicurezza americane non bastano a Zelensky per far passare nell'opinione pubblica l'idea di una resa del Donbass. Il secondo punto concerne l'altra finalità di Putin: rovesciare il governo filoccidentale di Zelensky. Ci ha provato all'inizio puntando su Kiev, senza riuscirci. Continua a provarci martellando target civili, quartieri residenziali anche lontani dal fronte, e centrali che danno luce e calore alla popolazione. Gli ucraini sono rimasti compatti nella volontà di resistere e Zelensky non può permettersi di deluderli. Per l'Isw, le forze di Mosca sono avanzate, grazie perlopiù a missioni di infiltrazione, di soli 265,45 km quadrati dal 1° al 27 gennaio. I proclami del capo di Stato maggiore russo Gerasimov, su marce fino a 12 km da Zaporizhzhia e sulla conquista di 500 km quadrati e 17 insediamenti a gennaio, sarebbero propaganda. Una settimana di tregua energetica serve anche alla Russia. Gli attacchi ucraini in profondità cominciano a erodere la produzione, riducendo risorse e introiti indispensabili a Putin per alimentare la macchina bellica.