ROMA A Niscemi la frana non arretra, ma anche a Roma il terreno sembra pian piano sfarinarsi sotto i piedi. Le prime crepe si fanno largo nella maggioranza, lesioni inevitabili vista la rabbia che monta nel Meridione. A Niscemi 29 anni fa accadde il finimondo, dopo tre decenni la scena si ripete e la Sicilia si trova impreparata a fronteggiare un'emergenza che emergenza non è: era scritta su quel terriccio venuto giù e franato nel baratro, era solo questione di tempo. E mentre le opposizioni salgono sulle barricate, il governo va a caccia di soluzioni, risorse vive per coprire i danni e ripartire marcando le distanze con il passato, come promesso dalla premier durante la visita al paese sospeso. In quella Niscemi che ormai vive a mezz’aria.

In Sicilia, Calabria e Sardegna si va avanti con la conta dei danni in presa diretta con Palazzo Chigi. Ma sono i fondi destinati al ponte sullo stretto a far discutere, mentre l’Assemblea regionale siciliana chiede che il miliardo e i 300 milioni impegnati dalla Regione sulla grande opera vengano stornati per far ritorno lì dove servono, sul territorio messo in ginocchio dal ciclone Harry. «Sono argomenti da caffè», taglia corto il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci, finito nel mirino delle opposizioni che ne chiedono a gran voce un passo indietro. Ma a puntellare l’opera, come da attese, provvede soprattutto Matteo Salvini, oggi in visita a Niscemi e paraggi. «Quei fondi non sono dirottabili». Punto.