La frana si è fermata di fronte a una croce. Lo racconta una foto di quello che sta accadendo a Niscemi, in provincia di Caltanissetta. Ma non si sa per quanto tempo ancora quella croce, immaginiamo all’interno di un giardino votivo, possa rimanere lì a fermare la terra che crolla. Tutt’intorno il suolo sprofonda, le case si sgretolano, restano in aria scheletri di cemento e muri costruiti con conci di tufo. La frana c’era e dormiva: se ne parla da almeno trent’anni. I residenti di Niscemi denunciano decenni di inerzia istituzionale nel prevenire il rischio frana. Il paese sorge su un sottosuolo instabile di argille e gessi, interessato da frane documentate fin dal Settecento e già riattivate nel 1997. Il fenomeno si è ripresentato negli stessi quartieri, scambiato ancora una volta per un terremoto. Per i cittadini, tra le due frane non è cambiato nulla.
La frana ora è lì e gli sfollati sono già 1.600, intanto che il paese scivola verso il precipizio. Niscemi è conosciuta per il carciofo violetto, ma vive di un’agricoltura più ampia e strutturata: oggi la frana mette a rischio non solo le case, ma anche un intero sistema economico. «I geologi dicono che non c’è paragone in tutta Europa – racconta don Giuseppe Cafà, parroco della chiesa del Sacro Cuore –. Non c’è mai stato un fenomeno del genere. Il fronte frana è esteso per circa 4 chilometri, in alcuni punti raggiunge la profondità di 50 metri. Si è creato un canyon, nel vero senso della parola». Da giorni la gente è andata via e in tutta l’area che costeggia la frana è stata istituita una zona rossa che si estende per 150 metri dall’inizio della cosiddetta «nicchia di distacco».











