Questa è la nuova puntata della newsletter Lo Spigolo: per iscriverti gratuitamente, clicca qui.
Tre anni fa, Giorgia Meloni lasciò tempestivamente il G7 in Giappone, per precipitarsi in Emilia Romagna nei luoghi colpiti dall’alluvione: “La coscienza mi impone di tornare” disse. Piantò gli scarponi nel fango e poi accese una bella diretta con Stefano Bonaccini, allora governatore, per illustrare le misure prese e assicurare che il governo avrebbe trovato tutti i soldi necessari.
Un caso di scuola perché, da che mondo è mondo, quando c’è una emergenza, compito di una classe dirigente è quello di mostrare, anche fisicamente, la vicinanza alle popolazioni colpite, agli apparati dello Stato all’opera, ai volontari, dare il senso dello sforzo comune negli interventi. E dare risposte. Insomma, l’assunzione della responsabilità, di cui fa parte anche il rischio di prendersi, ascoltando le persone, qualche improperio e di diventare bersaglio della rabbia, anche a prescindere dalle colpe.
In Sicilia, invece, è arrivata tardi e male. Ci è andata quando, dopo la visita di Elly Schlein, ha capito che proprio non poteva esimersi e si è rinchiusa in un luogo blindato, alla larga dal dolore vissuto. Zero empatia e riposte piuttosto scarse, come i 33 milioni stanziati, che sì e no bastano per le emergenze, a fronte di danni superiori al Vajont, secondo la Protezione Civile. E c’è davvero da chiedersi “come mai” perché un conto è evitare le passerelle e quell’impulso irrefrenabile, che un po’ tutti hanno sempre avuto, a presentarsi come salvatori della patria a favor di camera, altro è cotanta incertezza e, al contempo, cotanta sottovalutazione dell’impatto emotivo della vicenda.












