ROMA - «Buongiorno! Grazie! No che non mollo». Giorgia Meloni appare a sorpresa per le vie di Gemona, a metà mattinata. Sfila con gli Alpini e tutto intorno un cordone di gente del posto - chi con il cappello piumato, chi con i bambini in braccio - che grida il suo nome e sgomita per un selfie. Domenica in marcia. «Ho pensato che fosse doveroso essere qui» sorride la premier. Pausa. «Diciamo che avevo bisogno di un po’ di sano orgoglio nazionale.. se non si trova qui non so dove si potrebbe trovare». Una via di fuga da giornate sull’ottovolante della crisi con Donald Trump.
IL BAGNO DI FOLLA Alla mitraglia di accuse e stoccate via social del presidente americano, cui ha risposto colpo su colpo, Meloni replica ora con il bagno di folla in Friuli Venezia Giulia. Scortata dal veterano di Fratelli d’Italia Luca Ciriani, ministro ai Rapporti con il Parlamento e responsabile di questo blitz mattutino, al fianco il generale e consigliere militare Franco Federici, alpino anche lui. Come ex alpino è il deputato di FdI Emanuele Loperfido, in cima alla colonna. Torna a Gemona a un mese dall’adunata la premier e si tuffa nel serpentone di viottoli in un tailleur bianco e celeste, partecipa alla commemorazione del cinquantenario dal terremoto del Friuli del 1976. «Gli alpini sono una certezza e per le istituzioni avere questo genere di certezze fa assolutamente la differenza» sospira la leader di Fratelli d’Italia presa d’assalto da sostenitori e semplici curiosi. «Giorgiaaaa!». Una signora la bracca, schiocca un bacio sulla guancia e a Meloni esce di rimando un «daje!» non proprio in friulano stretto. Il day after dello scontro frontale con l’uomo forte della Casa Bianca va in scena dunque, a sorpresa, in questo borgo medievale all’ombra delle Prealpi giulie, tra squilli di tromba, cori e saluti militari. Meloni si lascia alle spalle a Roma, o ci prova, la rissa con il presidente Usa. Fatta salva quella confessione sulla matta voglia di «un po’ di orgoglio nazionale» dopo gli insulti e le offese al tricolore partiti dallo Studio Ovale. Acqua passata? Non proprio. Il duello ingaggiato da Trump tiene banco dentro e fuori il centrodestra e vede la maggioranza schierarsi su linee non sempre sovrapponibili. Di buon mattino parte Guido Crosetto e spetta ancora una volta al ministro della Difesa di FdI, a Radio 24, vestire i panni del pontiere.«Il legame nostro con gli Stati Uniti non dipende dai governi, dai presidenti del Consiglio, è profondo e solidissimo. L'atteggiamento di Trump di questi giorni non l'ho capito anche perché mi sembrava da ciò che avevo visto in televisione che non ci fosse alcun problema nei rapporti con l'Italia». Parla col senno di poi il ministro. Il senno di chi ha appena incontrato a Washington l’omologo Pete Hegseth, segretario alla Difesa, che in pubblico randella gli alleati ma in privato, questo raccontano, ha avuto parole di miele per l’Italia e per le sue forze armate. Doppio registro che a Trump è sconosciuto: quel che pensa scrive il minuto dopo in 140 caratteri. Forse per questo i collaboratori della premier continuano a tenere un occhio pieno di apprensione alla bacheca Truth del presidente, sia mai dovesse arrivare l’ennesimo affondo. Intanto la diplomazia fa il suo lavoro. LE APERTURE Venerdì sera una telefonata tra Antonio Tajani e il segretario di Stato Marco Rubio è servita, oltre ad annunciare il pesante forfait italiano al business forum di Miami, a rompere il ghiaccio. Dice il ministro degli Esteri di Forza Italia, atteso alla festa di Villa Taverna per il 4 luglio, che «i rapporti con gli Stati Uniti sono solidi, continuiamo a lavorare con loro: durano da secoli, siamo amici degli americani, i dossier aperti continueranno ad andare avanti». E così alle «incomprensibili parole di Trump» va contrapposto «il buon senso». E a riabbracciare Trump e alla «più grande democrazia del mondo», senza troppe remore, è pronto anche Matteo Salvini. Interrogato dai gazebo della Lega a Milano dice: «Mi auguro che si chiuda in fretta questa parentesi di incomprensione e si torni a lavorare insieme, c'è sempre una via d'uscita». «La politica estera italiana è in mano a dilettanti allo sbaraglio, alla guida ci sono incompetenti» affonda dal Pd Debora Serracchiani. Le opposizioni vogliono portare in aula il Trump-gate. Costringere Meloni a marcare ulteriormente le distanze. Rincara Riccardo Magi, segretario di Più Europa: «È rimasta col cerino in mano. Venga in Parlamento a riferire».










