«Buongiorno! Grazie! No che non mollo». Giorgia Meloni appare a sorpresa per le vie di Gemona a metà mattinata. Sfila con gli Alpini e tutto intorno un cordone di gente del posto, chi con il cappello piumato, chi con i bambini in braccio, che grida il suo nome e sgomita per un selfie. Domenica in marcia. «Ho pensato che fosse doveroso essere qui» sorride la premier parlando con Telefriuli. Pausa. «Diciamo che avevo bisogno di un po' di sano orgoglio nazionale... Se non si trova qui non so dove si potrebbe trovare». Una via di fuga da giornate sull'ottovolante della crisi con Donald Trump. Fosse facile.

Il nuovo attacco Trump non ha ancora finito. Torna all'attacco. Nel mirino c'è di nuovo la presidente del Consiglio. «Dopo che abbiamo speso trilioni di dollari nella Nato l'Italia e il suo Primo ministro non hanno nemmeno pensato di impegnarsi contro la Repubblica islamica dell'Iran e la sua molto seria minaccia nucleare». Il post appare sul social Truth alle nove e mezzo di sera.Di nuovo i toni sono durissimi. Riprende il leader Usa: «Per decenni li abbiamo difesi ma, messi alla prova, loro non hanno difeso noi e il resto del mondo. Non va bene!». Accuse pesanti. Che tornano sui fatti di Sigonella, il divieto italiano a due bombardieri americani di atterrare nella base in Sicilia nel bel mezzo della campagna aerea contro l'Iran. Una ferita insanabile, pare, se è vero che Trump batte sempre sullo stesso punto. Post dopo post. Meloni questa volta non risponde. Lascia cadere nel vuoto la provocazione. In giornata il bagno di folla in Friuli Venezia Giulia. Scortata dal veterano di Fratelli d'Italia Luca Ciriani, ministro ai Rapporti con il Parlamento e responsabile di questo blitz mattutino, al fianco il generale e consigliere militare Franco Federici, alpino anche lui. Torna a Gemona a un mese dall'adunata la premier e si tuffa nel serpentone di viottoli in un tailleur bianco e celeste, partecipa alla commemorazione del cinquantenario dal terremoto del Friuli del 1976. «Gli alpini sono una certezza e per le istituzioni avere questo genere di certezze fa assolutamente la differenza» sospira la leader di Fratelli d'Italia presa d'assalto da sostenitori e semplici curiosi. «Giorgiaaaa!». Una signora la bracca, schiocca un bacio sulla guancia e a Meloni esce di rimando un «daje!» non proprio in friulano stretto. Prova a lasciarsi alle spalle, a spasso fra i vicoli del borgo medievale, la rissa con Trump. Che in serata spezza la quiete tornando ad attaccarlaAltro che acqua passata: la marea è ancora altissima. E pensare che ieri, dal centrodestra, si è alzato un coro a favore di un chiarimento. Dice Guido Crosetto a Radio 24: «Il legame nostro con gli Stati Uniti non dipende dai governi, dai presidenti del Consiglio, è profondo e solidissimo». Intanto la diplomazia fa il suo lavoro, nonostante tutto.Le aperture Venerdì sera una telefonata tra Antonio Tajani e il segretario di Stato Marco Rubio è servita, oltre che ad annunciare il pesante forfait italiano al business forum di Miami, a rompere il ghiaccio. Dice il ministro degli Esteri di Forza Italia, atteso alla festa di Villa Taverna per il 4 luglio, che «i rapporti con gli Stati Uniti sono solidi, continuiamo a lavorare con loro: durano da secoli, siamo amici degli americani, i dossier aperti continueranno ad andare avanti». E così alle «incomprensibili parole di Trump» va contrapposto «il buon senso». E a riabbracciare Trump e alla «più grande democrazia del mondo», senza troppe remore, è pronto anche Matteo Salvini. Interrogato dai gazebo della Lega a Milano dice: «Mi auguro che si chiuda in fretta questa parentesi di incomprensione e si torni a lavorare insieme, c'è sempre una via d'uscita». Ottimismo che non respira, evidentemente, il capo della Casa Bianca.«La politica estera italiana è in mano a dilettanti allo sbaraglio, alla guida ci sono incompetenti» affonda dal Pd Debora Serracchiani. Le opposizioni vogliono portare in aula il Trump-gate. Costringere Meloni a marcare ulteriormente le distanze. Rincara Riccardo Magi, segretario di Più Europa: «È rimasta col cerino in mano. Venga in Parlamento a riferire».