Il sogno della lirica era nato da bambino, quando un magazziniere della ditta paterna, corista al Teatro Comunale di Treviso, fischiettava le opere. E così Verdi e Puccini erano diventati parte di una passione. Poi l'adolescenza, i Beatles il complessino ricavato in una stanza della villa su Viale Vittorio Veneto. Infine l'ouverture della «Forza», a scandire il destino. Tutti conoscono lo sportivo, l'imprenditore, l'ex senatore. Massimo Zanetti sceglie invece questa volta di raccontarsi in un capitolo ancora sconosciuto. «Volevo fare il cantante d'opera». Gli brillano gli occhi, si capisce che è stato un grande amore. «Non ne ho mai parlato perché è stato un momento importantissimo della mia vita, era il mio sogno e il mio obiettivo. Purtroppo il destino aveva altri piani. Dover rinunciare alla voce è stato un dolore».
Zanetti, partiamo dall'inizio.
«In casa mia si respiravano arte e sport. Mia mamma amava la pittura, mia zia era Gina Roma, ricordo ci portavano da bambini a Venezia da Vedova. Avevo due fratelli più vecchi, ero il figlio cadetto e non ne volevo sapere nulla del caffè. Volevo fare l'artista».
Ma come si avvicina all'opera?
«Frequentavo il teatro come ascoltatore. Un dipendente di mio padre cantava nel Coro del Comunale e io mi fermavo ammaliato ad ascoltare quelle melodie. A quindici anni prendevo il treno e andavo ad ascoltare le opere alla Scala grazie al marito di una zia, dirigente alla Pirelli. Poi, con l'adolescenza fondai anch'io il mio complessino e iniziai a farmi notare in qualche competizione. In particolare vinsi il concorso Sciani di musica leggera a Bibione con una canzone di Tom Jones»






