Un'urbanizzazione incompatibile con la qualità del suolo, gli interventi di prevenzione decisi e mai realizzati, le risorse dirottare su altri capitoli di spesa: il direttore dell'ufficio di gestione delle emergenze del Dipartimento della Protezione Civile Luigi D'Angelo mette in fila le cause che sono alla base della frana di Niscemi.

Che non è la prima e non sarà neanche l'ultima in un paese dove il dissesto idrogeologico è cronico e la prevenzione un tema che fa perdere le elezioni poiché non promette miracoli ma richiede tempo e tanti soldi.

"La frana è ancora in movimento e quindi non si possono fare proiezioni per l'immediato futuro - è l'analisi su quanto sta accadendo - Il vero problema è il livello di umidità nel suolo, siamo al 90%, e siccome si tratta di un terreno sabbioso in superficie, continua a franare. Dobbiamo aspettare che si assesti: se il tempo si stabilizza, in una o due settimane si potrà avere un quadro più previso".

Ma a questo si è arrivati non solo e non soltanto per colpa del ciclone Harry. "La chiave di tutto è sempre la prevenzione - dice D'Angelo - Nello stato d'emergenza del 1997 si parlava di delocalizzare alcuni edifici, ma non ebbe piena attuazione.

Andavano fatti interventi di regimentazione delle acque a valle, interventi idraulici e strutturali che non sono stati fatti. E c'è una parte del paese votata al dissesto che è parte integrante del tessuto urbanizzato: il rischio di frana c'è sempre stato, è un terreno geologicamente giovane, c'è ancora del materiale sabbioso e incoerente che deve sedimentarsi sulla parte argillosa. E questo doveva essere tenuto in conto nell'urbanizzazione". Insomma, negli anni "si sono stratificate situazioni" che andavano, invece, prese di petto. Dunque il tema è sempre lo stesso: "non bisogna mai dimenticare quello che accade, perché certi fenomeni possono ripetersi. E, come abbiamo visto più di una volta, si ripetono".