Ansia, depressione, disturbi alimentari e morte. Queste possono essere le conseguenze per i bambini vulnerabili che sviluppano una dipendenza dai social media, stando a oltre mille cause per lesioni personali intentate negli Stati Uniti, in cui Meta e altre piattaforme sono accusate di aver dato priorità ai profitti sminuendo i rischi per la sicurezza dei minori per anni.Una causa che potrebbe fare scuolaI colossi che gestiscono i social sono già stati oggetto dell'attenzione di regolatori e tribunali in passato, come dimostrano le audizioni al Congresso americano, in cui diversi dei loro amministratori delegati sono stati costretti a scusarsi pubblicamente. Ma è la prima volta che queste società si trovano a dover convincere una giuria di non essere colpevoli di aver danneggiato bambini.Martedì 27 gennaio è iniziato il primo di questi procedimenti, che potrebbe diventare un precedente significativo per centinaia di altre azioni legali analoghe. La causa è stata avviata da una ragazza di 19 anni, K.G.M., che spera di convincere la giuria che Meta e YouTube le abbiano arrecato danni psicologici con funzioni come lo scorrimento infinito e la riproduzione automatica, spingendola a imboccare una strada che l'ha portata a sviluppare depressione, ansia, autolesionismo e tendenze suicide. L'azione legale coinvolgeva anche TikTok e Snapchat, che però hanno raggiunto un accordo prima dell'inizio del procedimento.K.G.M. avrebbe iniziato a guardare YouTube all'età di 6 anni e si sarebbe iscritta a Instagram all'età di 11 anni. Spera di ottenere un risarcimento per aiutare la propria famiglia a rientrare dalle perdite economiche causate dai suoi problemi di salute, ma anche per punire le società al centro della causa e dissuaderle dal promuovere funzionalità dannose per i bambini. Chiede inoltre che il tribunale imponga alle piattaforme l'obbligo di inserire avvisi di sicurezza ben visibili, che contribuiscano a informare i genitori dei rischi.La posizione dei socialCome sottolinea Cnn, una sconfitta in tribunale potrebbe costare miliardi alle società di social media coinvolte.Per scongiurare questo scenario, le piattaforme in questione hanno sostenuto che i danni psicologici riportati da K.G.M. siano stati causati da altri fattori, come il bullismo scolastico e i problemi familiari, insistendo sul fatto che negli Stati Uniti una disposizione del Communications act e il primo emendamento della Costituzione impediscono di incolparle per qualsiasi contenuto dannoso di cui avrebbe fruito la 19enne.I social affermano anche che la madre di K.G.M. non avrebbe mai letto i termini di servizio e che quindi non abbia potuto beneficiare delle avvertenze. Prima di raggiungere l'accordo, ByteDance, la società che controlla TikTok, avrebbe invece cercato di scaricare le proprie responsabilità sostenendo che la ragazza “aveva già riportato danni a livello di salute mentale prima di iniziare a utilizzare TikTok”.La giudice Carolyn B. Kuhl ha però respinto tutte le richieste di giudizio abbreviato delle piattaforme, scrivendo che K.G.M. aveva fornito prove sufficienti per procedere al processo.Kuhl ha aggiunto che le aziende al centro della causa non possono equiparare le avvertenze sepolte nelle condizioni di servizio ad avvisi chiaramente visibili, dal momento che la madre di K.G.M. ha testimoniato che avrebbe limitato l'utilizzo dell'app da parte della minore se fosse stata a conoscenza dei possibili rischi.Per vincere la causa, gli avvocati di K.G.M. dovranno stabilire l'entità dei danni arrecati da ciascuna piattaforma, in base alle caratteristiche di progettazione e non ai contenuti mirati a K.G.M., ha scritto Clay Calvert, esperto di politiche tecnologiche e ricercatore del centro studi American enterprise institute. L'esperto di diritto di internet Eric Goldman ha dichiarato al Washington Post che descrivere nel dettaglio questi danni sarà probabilmente la sfida più grande per K.G.M., poiché la dipendenza dai social media non è ancora stata riconosciuta legalmente e risalire con esattezza a chi ha causato i vari problemi potrebbe non essere semplice.Ma Matthew Bergman, uno degli avvocati di K.G.M. e fondatore del Socia media victims law center, ha dichiarato sempre al Washington Post che la 19enne è pronta a combattere. “Sarà in grado di spiegare in modo molto concreto cosa le hanno fatto i social media nel corso della sua vita e come, in tanti modi, le hanno rubato l'infanzia e l'adolescenza”, ha detto.Le possibili pistole fumantiTamar Mendelson, docente della Johns Hopkins Bloomberg school of public health, osserva che il mondo della ricerca non ha accertato se i social media siano effettivamente dannosi per i bambini o che esista una dipendenza dai social media. Finora, continua la professoressa, è stata dimostrata solo una correlazione tra l'uso di internet e la salute mentale, un aspetto che potrebbe decretare il fallimento della causa di K.G.M. e di altre simili.Tuttavia, Bergman ha spiegato al Washington Post che le ricerche condotte internamente dalle società di social media potrebbero allarmare una giuria. Il 26 gennaio la non-profit Tech oversight project ha pubblicato un rapporto che analizza i documenti relativi al caso di K.G.M. resi pubblici di recente, da cui arriverebbero “prove schiaccianti” sul fatto che le piattaforme “hanno progettato intenzionalmente i loro prodotti di social media per rendere dipendenti bambini e adolescenti senza alcuna considerazione per i danni noti al loro benessere”, mettendo al centro dei loro modelli di business l'aumento dell'engagement dei giovani utenti.Nel rapporto, la direttrice esecutiva di Tech oversight project Sacha Haworth accusa le aziende di “aver manipolato e mentito al pubblico per anni”. La maggior parte dei documenti citati nel rapporto proveniva da Meta, che quest'anno dovrà affrontare anche un altro processo intentato sulla possibile dipendenza dai social media, su iniziativa di decine di procuratori generali statunitensi.Tra le carte menzionate nel rapporto c'è un'email in cui si afferma che l'amminstratore delegato di Meta Mark Zuckerberg, che dovrebbe testimoniare al processo, aveva deciso nel 2017 che la priorità assoluta della società erano gli adolescenti, che dovevano essere spinti a utilizzare la famiglia di app del gigante.L'anno successivo, un documento interno di Facebook ha rivelato che l'azienda aveva valutato la possibilità di consentire ai preadolescenti di accedere a una modalità privata, prendendo spunto dalla popolarità tra i teenager dei falsi account Instagram, i cosiddetti “finsta”. Il documento citava una “discussione interna su come contrastare la narrazione secondo cui Facebook è dannoso per i giovani e l'ammissione che i dati interni mostrano che l'uso di Facebook è correlato a un minore benessere”.In altri documenti apparentemente compromettenti Meta sembrava vantarsi del fatto che “gli adolescenti non possono staccarsi da Instagram anche se lo desiderano”. “Oh mio Dio, Instagram è una droga”, dichiarava un dipendente, paragonando poi le piattaforme social a “spacciatori”.In modo analogo, un documento di Google del 2020 descriveva dettagliatamente il piano dell'azienda per mantenere il coinvolgimento dei ragazzi “per tutta la vita”, nonostante una ricerca interna dimostrasse che i giovani utenti di YouTube erano più inclini in modo “sproporzionato” rispetto alle altre categorie a un “uso abituale intensivo, uso notturno e uso involontario”, con un conseguente deterioramento del loro “benessere digitale”.Anche Shorts, la funzione di video brevi su YouTube, è un motivo di preoccupazione per i genitori che hanno avviato la causa. Una serie di documenti ha mostrato che Google ha progettato la sezione per rivolgersi agli adolescenti, nonostante le ricerche segnalassero che le “due sfide più grandi per il benessere degli adolescenti su YouTube” erano strettamente legate proprio al consumo di Shorts.Bergman afferma che questi documenti aiuteranno la giuria a decidere se le aziende avevano il dovere di garantire una maggiore protezione ai giovani utenti, ma hanno invece dato priorità ai profitti, rimandando gli interventi che hanno introdotto più di recente a seguito delle crescenti polemiche.“I documenti interni che dimostrano la condotta dolosa di queste aziende saranno resi pubblici per la prima volta”, ha affermato Bergman. “Il pubblico verrà a conoscenza per la prima volta di ciò che le aziende di social media hanno fatto per dare priorità ai propri profitti rispetto alla sicurezza dei nostri figli”.La questione degli espertiUn possibile vantaggio di K.G.M. in sede processuale è rappresentato dal fatto che le aziende tecnologiche oggetto della causa non sono riuscite a far rigettare le testimonianze degli esperti che sostengono le accuse.Le piattaforme hanno cercato di escludere dal dibattimento le testimonianze di diversi esperti – tra cui quelle della psichiatra Kara Bagot e di Arturo Bejar, ex ricercatore di sicurezza di Meta e whistleblower – sostenendo tra l'altro che le loro opinioni fossero irrilevanti o non affidabili in quanto basate sulle interazioni di K.G.M. con specifici contenuti o perché non terrebbero conto di “spiegazioni alternative”.La giudice Kuhl ha tuttavia stabilito che le piattaforme avranno la possibilità di confutare le opinioni degli esperti durante il processo, ricordando alle società che “in definitiva, la questione cruciale della causalità deve essere determinata dalla giuria”.“La testimonianza di Bagot sulle caratteristiche adottate a livello di progettazione su TikTok e altre piattaforme di social media è direttamente rilevante per determinare se tali funzioni causino il tipo di danni che K.G.M. sostiene di aver subito in questo caso”, ha scritto Kuhl.Questo significa che la giuria avrà la possibilità di valutare l'opinione di Bagot, secondo cui “l'uso eccessivo dei social media e la dipendenza causano o svolgono un ruolo sostanziale nel generare o esacerbare danni psicopatologici nei bambini e nei giovani, tra cui depressione, ansia e disturbi alimentari, nonché sintomi psicopatologici interiorizzati ed esteriorizzati”.La giuria prenderà inoltre in considerazione le informazioni e le conoscenze che Bejar, testimone oculare ed ex consulente dell'azienda, condividerà sugli studi interni di Meta in materia di sicurezza.Se K.G.M. riuscirà a convincere la giuria che non ha subito danni a causa della mancata rimozione di determinati contenuti da parte delle piattaforme, ma perché le aziende “progettano le loro piattaforme per rendere i bambini dipendenti” e “sviluppano algoritmi che mostrano ai bambini non ciò che vogliono vedere, ma ciò da cui non possono distogliere lo sguardo”, Bergman ritiene che il processo potrebbe diventare un “punto di riferimento” per “dirimere in massa casi simili”.La 19enne “è molto rappresentativa di tanti bambini negli Stati Uniti, per i danni che hanno subito e il modo in cui le loro vite sono state alterate da decisioni deliberate a livello di progettazione da parte delle aziende di social media”, ha dichiarato l'avvocato.Questo articolo è apparso originariamente su Ars Technica.