BOLOGNA – Extraterrestri, astronavi aliene, buchi neri. Teorie fantasiose sostenute dai sovietici. Una letteratura che ha entusiasmato e ancora suggestiona scienziati e appassionati. Dell’esplosione di Tunguska, la mattina del 30 giugno 1908 in una remota regione della Siberia, si è detto e scritto di tutto, ma le ipotesi su quel bagliore visto pure a 500 km di distanza sono state nel tempo smentite. È proprio qui, a Bologna, che la teoria del meteorite ha trovato conferme, grazie agli studi e ai viaggi dell’astrofisico Romano Serra che in quelle terre è andato numerose volte, come spiega il titolo della sua nuova pubblicazione “Sette volte a Tunguska. Le mie spedizioni sul sito della catastrofe”, scritta con l’aiuto di Thomas Mazzi e Lucio Taddia per In Riga Edizioni. Nato a San Giovanni in Persiceto nel 1954, laureato in Astronomia e in Fisica, ha fondato il Museo del cielo e della terra di quel Comune: anche per questo, sabato 31 gennaio alle 10, l’amministrazione comunale gli conferirà il Pesco d’oro per meriti culturali e scientifici.

Nel libro, corredato di immagini e tabelle, Serra ripercorre le tappe di un lungo viaggio lungo la taiga siberiana, dalla prima spedizione del 1991 all’ultima del 2019, 28 anni di indagini grazie al dipartimento di Fisica dell’Università di Bologna, all’Istituto di Geologia Marina del Cnr e all’Istituto Nazionale di Astrofisica. Cosa accadde nel 1908? «Fu una catastrofe di origine cosmica, la prima testimonianza storica documentata di un ingresso in atmosfera di un meteoroide di circa 50 metri che esplose all’altezza di 10 km di altitudine rispetto al suolo. Se questo avvenimento fosse successo 4 ore dopo, per effetto della rotazione terrestre, avrebbe colpito San Pietroburgo, causando morti e cambiando il corso della storia». Non morì nessuno perché il Ground Zero era in una zona disabitata, comunque ricca di flora e fauna. Vennero però abbattuti milioni di alberi. Responsabili delle prime missioni del 1991 furono, per l’Alma Mater, Menotti Galli e Giuseppe Longo (appena scomparso e figlio del segretario del Pci Luigi Longo), «in un momento in cui, con Gorbaciov, c’era una certa apertura al mondo occidentale».