Niscemi continua a franare. Come un castello di sabbia che cede non appena l'acqua del mare ne bagna le fondamenta. E, in effetti, quelle case cadono giù per oltre venti metri, con altre rimaste appese a strapiombo e pronte a venire giù, si reggevano (è certo) su strati di sabbia mista ad argilla. Su una terra la cui fragilità aveva già dato prova di sé nel 1997. Trent'anni fa le case rase al suolo furono una cinquantina, tra le proteste dei cittadini e nessuna lezione per il futuro. Il “conto” è arrivato domenica scorsa sbriciolando verso la piana di Gela oltre quattro chilometri di costone sul lato ovest.
Mille e seicento persone dal quartiere Sante Croci hanno dovuto lasciare in fretta e furia la propria casa (alcune già risucchiate coi ricordi di una vita, altre sul ciglio a rischio crollo e nemmeno i vigili potranno entrarvi per recuperare i beni di chi le abitava, altre rese inagibili fino a cento metri dal burrone) e farsi ospitare chi da parenti, chi nel palazzetto allestito per gli sfollati, chi (i più fortunati) in una seconda casa. Già in corso le procedure per attivare il Cas (Contributo di autonoma sistemazione) per gli sfollati innervositi («In trent'anni non è stato fatto nulla», lamentano): per un anno, ogni nucleo familiare riceverà 400 euro più 100 euro per ogni componente fino ad un massimo di 900 euro. Per loro la Regione metterà a disposizione anche un supporto psicologico.










