MESTRE (VENEZIA) - Un pezzo unico, disegnato e realizzato tra gli anni Trenta e Quaranta, da un artigiano orafo. Oppure un articolo prodotto in serie, negli stabilimenti di un'azienda nata neanche sessant'anni fa. Al centro del contendere un braccialetto, notato nella vetrina di un "compro oro" mestrino e rivendicato da una donna che, nel 2018, aveva subito un furto in casa. Lei era convinta che il prezioso fosse suo, e infatti aveva chiamato in causa le forze dell'ordine, che dal negozio erano risalite alla persona che l'aveva venduto: accusata di ricettazione, ne ha dovuto rispondere in tribunale, ma il giudice ha stabilito la sua completa innocenza: il gioiello non era parte della refurtiva, le sue caratteristiche erano del tutto diverse da quelle raccontate dall'accusatrice e, a dirla tutta, nell'originaria querela per il furto in appartamento non si trovava la descrizione di alcun pezzo riconducibile a un bracciale in oro.
Era l'agosto del 2022 quando, passeggiando per Mestre, la donna derubata quattro anni prima aveva creduto di riconoscere il suo braccialetto, esposto tra i pezzi di seconda mano del punto vendita specializzato nell'acquisto di gioielli. La signora aveva raccontato tutto alle autorità, facendo mettere a verbale come il monile non potesse che essere il proprio, visto che a suo dire si trattava di una creazione artigianale, risalente a prima della seconda guerra mondiale, tramandato nella sua famiglia da due generazioni.






