PADOVA - Le indagini sul laboratorio orafo di Vicenza, intestato a Lino Frasson, proseguono. Secondo l'accusa, rappresentata dal sostituto procuratore Sergio Dini, almeno una settantina di nomadi (tutti indagati per ricettazione, furto e rapina) avrebbero portato l'oro rubato in centinaia di colpi in tutta Italia per farselo pagare. E durante la perquisizione alla gioielleria i carabinieri hanno trovato e sequestrato un diamante del valore di 30mila euro. La pietra era stata rubata all'interno di un'auto posteggiata nel comune di Arcugnano in provincia di Vicenza. I militari sono riusciti a risalire al proprietario del gioiello, una donna di Parma.
La signora ha ringraziato gli uomini dell'Arma, ma ha chiesto se è possibile ritrovare anche un paio di orecchini (sempre rubati nella sua macchina) appartenuti alla figlia di dodici anni morta in tragiche circostanze. Intanto gli inquirenti hanno appurato che il valore complessivo della refurtiva recuperata si aggira attorno ai 2 milioni di euro.
I nomadi hanno messo a segno colpi nelle case anche a Comacchio in provincia di Ferrara, a Ravenna, a Merano in provincia di Bolzano e a Belluno.
Nel registro degli indagati sono stati iscritti anche Lino Frasson, insieme ai due figli Ivan e Mara (che gestiscono la gioielleria in piazza delle Biade) e l'artigiano Roberto Carotto di Gazzo Padovano che, sempre secondo l'accusa, avrebbe fuso l'oro oggetto di furto in lingotti. Per ogni fusione avrebbe guadagnato 100 euro. La dinamica era sempre la stessa. Dopo i colpi nelle abitazioni o dopo le truffe ad anziani, messe a segno sempre da coppie di sinti veneti, emiliani, friulani, trentini e lombardi, il bottino finiva nelle mani dell'orafo vicentino Lino Frasson che a sua volta lo portava a fondere nel laboratorio artigianale del pensionato Carotto. Era così che i gioielli rubati diventavano lingotti, foglie o pepite d'oro prima di tornare nel laboratorio vicentino.






