Prima è successo ad Aryna Sabalenka, poi è stato il turno di Carlos Alcaraz e di Jannik Sinner. I giudici di sedia dell’Australian Open sono stati inflessibili e, prima dei rispettivi match, hanno fatto togliere ai tre campioni i braccialetti “Whoop!” che portavano al polso: dispositivi in grado di monitorare i comportamenti quotidiani e parametri come il sonno, lo sforzo fisico e il recupero, fornendo dati che vanno dalla frequenza cardiaca all’ossigenazione del sangue, fino allo screening cardiaco tramite abbonamento annuale (che parte da 199 euro fino ad arrivare a quasi 400 euro per maggiori funzioni).
Australian Open, Alcaraz batte De Minaur in 3 set e vola in semifinale. Attesa per Musetti e Sinner
E su questi strumenti, inevitabilmente, in queste ore sta crescendo l’attenzione del mondo del tennis. «Non capisco il motivo di questo no», ha detto la n.1 del tennis femminile dopo aver raggiunto la semifinale.
I braccialetti, in realtà, circolano già da tempo: il circuito WTA ne ha approvato l’utilizzo nel 2021, mentre l’ATP nel 2024. Anche l’ITF (International Tennis Federation) consente da regolamento “tecnologie che non mettano in pericolo l’essenza del gioco” e approva i prodotti di analisi tecnologica per proteggere l’integrità del tennis. Nei tornei del Grande Slam, però, valgono regole diverse, alle quali non ci si è ancora adeguati.











