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27 GENNAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 6:44

“Non ho mai fatto del male a nessuno, lo giuro sulla testa di mia madre”. Così Josef Mengele, il medico delle SS accusato di aver compiuto atroci esperimenti sugli ebrei a Auschwitz, cerca di convincere suo figlio che in realtà è una vittima e non l’aguzzino. È uno dei momenti più forti del film La Scomparsa di Josef Mengele che racconta l’unico incontro, avvenuto nel 1977 in Brasile, fra “l’Angelo della morte” e il figlio Rolf, ormai trentenne. Diretto magistralmente da Kirill Serebrennikov, regista russo e controverso, laureato in Fisica, dall’innegabile multitalento.

Narrato interamente dal punto di vista del fuggitivo, dall’Argentina al Paraguay alla giungla del Brasile, alla fine della Seconda guerra mondiale. Il film dipinge il ritratto duro e complesso di un carnefice, braccato dal Mossad e dai i suoi fantasmi, che cerca di sfuggire al suo destino, mentre il mondo intorno a lui cambia e prende coscienza dei crimini nazisti. Davanti al figlio che lo incalza: “E’ vero che hai torturato bambini e donne?”. Lui non ci sta a essere il solo capro espiatorio. Ci sono anche gli altri e sciorina i nomi di medici complici che impiantavano embrioni animali nell’utero delle donne e iniettavano fenolo nel cuore degli omosessuali fino a farli scoppiare. Li chiamava “cadaveri viventi”, scarti umani erano anche i nani, li sterilizzava, li castrava. Era la mente malvagia del suprematismo bianco che sperimentava su di loro metodi barbari fra la biologia e la genetica. Aveva inventato una tecnica di dissoluzione della carne viva fatta “cuocere” in acqua con un solvente affinché si staccasse dalle ossa.