Il mercato del riso attuale è il risultato del Decreto legislativo 131 del 2017 che nelle intenzioni del legislatore doveva salvaguardare le varietà storiche e tipiche del riso italiano. Sono trascorsi quasi 9 anni da quando è entrato in funzione e si può dire senza tema di smentita che i risultati sono esattamente opposti a quelli attesi.

Il decreto ha sì introdotto la denominazione “Classico” per distinguere le varietà in purezza di cereale bianco dai loro similari, ma obbliga produttori e venditori a mettere in commercio i cloni dei grandi risi italiani con il nome della varietà autentica. Su 10 scatole di Carnaroli, ad esempio, meno di 2 contengono Carnaroli in purezza. Nelle altre, etichettate sempre come Carnaroli, si possono trovare i suoi similari: Caravaggio, Carnise, Caroly, Cartesio, Cl44, Fabio Karnak, Keope, Leonidas Cl, Picasso, Sibilla, Zar. Una usurpazione legalizzata, come ho già avuto modo di stigmatizzare su queste pagine, che sta provocando l’estinzione delle varietà storiche dei risi italiani. Dai campi sono già spariti il Ribe e il Roma, sostituite dai loro similari con i quali condividono la forma e le dimensioni del granello. Non i risultati in cucina, come ho accertato interpellando i ricercatori dell’Ente Nazionale Risi che si stanno occupando del tema.