Per mezzo secolo si è seduto ai tavoli e nei consigli di amministrazione dove si è deciso il destino del capitalismo italiano: da Mediobanca a Bpm, da Saipem a Generali. Guai però a definire Piergaetano Marchetti un uomo di potere: «Lo escludo totalmente, ho solo dato un contributo con le mie competenze», replica netto. «L’umanità più ricca e stimolante l’ho trovata altrove: tra i colleghi di mia moglie, ad esempio, quando insegnava alle scuole medie». Una questione di confini e di distanze, dice, seduto nel suo studio di notaio alle spalle del Duomo di Milano: «Non ho mai comprato yacht per ospitare clienti né frequentato golf club. E poi ho sempre seguito la stessa regola: non montarsi la testa e restare nel proprio perimetro professionale». Essere milanese l’ha aiutata? «L’understatement è tipico di una parte di questa città, ma conta soprattutto l’educazione. Vengo da una famiglia composita: dei quattro nonni, uno era imprenditore serico sul lago di Como, due avevano origini ebraiche, l’altra era tedesca di religione luterana. È da lì che ho imparato ad ascoltare e rispettare, senza smanie di protagonismo». Suo padre Carlo fu il primo notaio a lavorare in tv: Mike Bongiorno gli si rivolgeva per dipanare i dubbi sul regolamento durante Lascia e raddoppia. «Ma noi non avevamo la televisione proprio per una scelta precisa di mio padre: così, per vederlo il sabato sera, andavamo in un cinema di periferia a Milano».