VENEZIA - “Prima o poi li prendiamo tutti” è il motto operativo della polizia di Stato. Ed è vero. Possono passare anni, decenni, ma per i latitanti vivere in clandestinità è sempre più difficile, anche nascondendosi all’estero. Le tecnologie oggi disponibili, la collaborazione tra forze dell’ordine di diversi Paesi e la caparbietà degli investigatori di arrivare all’obiettivo hanno fatto la differenza e Bujar Sefa, trentanovenne albanese per anni residente a Noale, in provincia di Venezia, è stato ammanettato a Dubai, il luogo del suo esilio dorato. L’uomo era stato condannato complessivamente a 10 anni e due mesi di reclusione per traffico internazionale di droga, di cui due anni e 10 mesi già scontati in custodia cautelare nel 2018. Non una pedina, ma un vero e proprio boss di una organizzazione che nel secondo decennio dei Duemila aveva riversato decine di chili di cocaina nel Veneziano, in particolare a Mestre, Scorzè, Noventa di Piave e Jesolo, e nella Marca trevigiana. Droga che arrivava dall’Olanda e dall’Albania.
A fare da involontaria esca la moglie, incinta del loro figlio, che lo aveva raggiunto nell’emirato per trascorrervi assieme le vacanze natalizie. Da tempo la Squadra mobile di Venezia sapeva dove Sefa si trovava e teneva sotto controllo i familiari in attesa di un passo falso, informando tempestivamente il Servizio centrale operativo (Sco) di Roma, la polizia albanese e quella emiratina. Il dirigente della Mobile veneziana, Eugenio Masino, era stato letteralmente buttato giù dal letto alle cinque del mattino dalla telefonata che lo avvertiva dell’esecuzione dell’ordine di carcerazione emesso dalla Procura generale di Venezia per complessivi 7 anni, 3 mesi e 10 giorni di reclusione.






