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Ultimo aggiornamento: 21:37

Il caso del fact checking al video di Alessandro Barbero in cui il professore spiega i motivi del suo No e che ha generato il suo oscuramento sui social di Meta, ha riportato una luce un grosso paradosso: se Barbero viene sottoposto – discrezionalmente – ad analisi dei fatti perché il contenuto stava diventando troppo virale, condiviso da centinaia di migliaia di persone e pagine, lo stesso non può essere fatto per gli esponenti politici.

Secondo le regole di Meta sul fact checking, infatti, “i discorsi diretti dei personaggi politici” non sono idonei “all’analisi da parte dei partner di fact-checking indipendenti”. Meta sostiene che gli elettori debbano poter vedere direttamente cosa dicono i loro rappresentanti e valutarlo autonomamente, senza interventi editoriali dell’azienda.

Matteo Salvini o Giorgia Meloni o anche Elly Schlein potrebbero sostenere il Sì o il No con le stesse argomentazioni di Barbero o con argomentazioni completamente false senza essere sottoposti allo scanner del fact checking e i loro contenuti sarebbero liberi di circolare senza restrizione alcuna, a esclusione di alcune circostanze: “In alcuni casi – spiega infatti Meta – la valutazione dei nostri partner di fact-checking avrà un effetto sui personaggi politici. Se un personaggio politico condivide un contenuto creato da terzi (ad es. un link a un articolo, una foto o un video che è già stato smentito su Facebook e Instagram), mettiamo in secondo piano il contenuto, mostriamo un avviso e rifiutiamo di includerlo nelle inserzioni”. Dunque, una volta “etichettato” il contenuto diventa radioattivo per un politico che volesse ricondividerlo.