La foto che ritrae questo momento storico, con i poveri ammassati al di là della parete di nylon e la supercar luccicante del vescovo al di qua, dimostra in modo inequivocabile che non tutti gli alti prelati sono dotati di una bella testa. Alcuni solo di una bella Tesla.
Oltre il danno, la beffa. Ieri, il tribunale del riesame di Torino ha disposto la revoca degli arresti domiciliari a cinque ragazzi del liceo Einstein di via Bologna che avevano aggredito alcuni militanti della sezione D’Annunzio di Gioventù nazionale. Era lo scorso ottobre e i giovani di Fratelli d’Italia stavano distribuendo alcuni manifesti contro la «cultura» maranza davanti al liceo. Un’attività che svolgono abitualmente e senza alcun problema. Ma non quella volta. Quel 27 ottobre, infatti, sono stati assaltati da alcuni militanti di Askatasuna che prima li hanno insultati e poi aggrediti. Arrivano le forze dell’ordine ma i baby antagonisti non si fermano, aggredendo anche loro. Finita qui? Non proprio. Perché in Italia le manifestazioni per la Palestina si moltiplicano, in particolare a Torino. A sventolare le bandiere verdi, rosse, bianche e nere ci sono antagonisti, frequentatori dei centri sociali, maranza e casseur. Tra questi, anche i cinque protagonisti dei fatti del liceo Einstein che, ancora una volta, aggrediscono le forze dell’ordine e lanciano oggetti di ogni tipo. Finiscono agli arresti domiciliari, ma ci restano ben poco. Solamente qualche mese. E questo non perché sia cambiata la loro posizione. Non perché siano emerse prove in grado di mitigare la pena. Ma semplicemente per un vizio di forma, perché non è stato fatto l’interrogatorio preventivo, ritenuto necessario in tal caso dal giudice del riesame. Per Raffaele Marascio, capogruppo di Fratelli d’Italia in Circoscrizione 4 a Torino, «il codice di procedura penale è chiaro: l’interrogatorio preventivo non è obbligatorio quando sussiste il concreto rischio di reiterazione del reato, nel caso in cui questo venga commesso con l’uso di armi o mezzi atti a offendere. Ed è qui che emerge il nodo centrale. Quegli oggetti - aste di bandiera, oggetti lanciati, sellini - nel contesto di scontri di piazza sono strumenti lesivi, assimilabili ad armi improprie. Proprio per questo, il giudice avrebbe dovuto valutare e confermare le esigenze cautelari».









