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22 NOVEMBRE 2025

Ultimo aggiornamento: 9:08

“Un mercato delle vacche“, “un verminaio“, “una macchia nerissima nella storia della magistratura”. Più si avvicina il referendum, più Carlo Nordio cerca definizioni apocalittiche per il sistema Palamara, il suq delle nomine giudiziarie venuto a galla nell’ormai lontano 2019. Il ministro della Giustizia usa il nome dell’ex pm radiato come spauracchio per sponsorizzare il sorteggio del Consiglio superiore della magistratura, uno dei pilastri della sua riforma costituzionale. E accusa l’attuale Csm – composto per due terzi da membri eletti dalle toghe – di aver “insabbiato lo scandalo del secolo“, nascondendo “la polvere sotto il tappeto”. “Noi possiamo anche credere all’asinello che vola, ma non possiamo credere che lo scandalo Palamara si sia limitato a quei quattro poveretti che si sono dimessi”, ha detto, riferendosi agli ex consiglieri beccati a concordare coi politici il nome del futuro procuratore di Roma in una saletta del famigerato hotel Champagne. Nel merito, Nordio ha sicuramente ragione: quasi tutti i sodali di Palamara, che si rivolgevano a lui per ottenere poltrone per sé e gli amici, non hanno avuto conseguenze sulla carriera, e molti sono stati addirittura promossi. C’è solo un dettaglio: in questa consiliatura, i voti decisivi per salvarli sono arrivati sempre dai “laici” di centrodestra, cioè i consiglieri eletti dal Parlamento su input dei partiti della maggioranza.