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Quindi, oggi...: il titolare del Constellation è libero, l'asse Merz-Meloni e Zelensky
- So di andare controcorrente. Però, se un sistema giudiziario prevede la cauzione, è giusto che Jacques Moretti aspetti il processo fuori dal carcere. Non può scappare, senza documenti. E quando verrà condannato — perché è probabile, ma bisogna lasciar fare il suo corso alla giustizia — finirà in carcere. La scarcerazione su cauzione non è un’assoluzione e non assicura nemmeno a Moretti che, prima o poi, non finirà dietro le sbarre. Non esulto, certo. Capisco l’orrore che staranno provando le famiglie delle vittime. Ma difendo un principio, anche e soprattutto quando gli imputati mi stanno tutt’altro che simpatici.
- Chi segue questa rubrica sa che diamo sempre conto delle notizie e delle segnalazioni che riceviamo, nella forma che ci è permessa, perché riteniamo logico che un fatto cambi sfumature se osservato da punti di vista differenti. Ricordate il caso, di cui vi abbiamo parlato su questo Giornale, della società di basket che — per far fronte ai “genitori ultras” — ha deciso di “punire i figli” affinché papà e mamma intendano? Ecco. Breve sintesi, per i dettagli leggete qui: dopo falli tecnici, espulsioni e tensioni sugli spalti, la squadra ha ricevuto dalla Fip alcune sanzioni (anche economiche) e la società ha deciso che, da oggi in poi, saranno i ragazzi a pagare — con sospensioni dall’attività o dalle partite — le intemperanze degli adulti sugli spalti. Come sapete, ci siamo tenuti volontariamente lontani dal fatto specifico (che cosa ha scatenato le squalifiche del campo? Chi ha invaso? La madre era spaventata per il colpo ricevuto dal figlio?) per un motivo semplice: ci interessava non tanto la cronaca locale, bensì la strategia assunta per reagire a quello che, in tutta Italia e non solo nel basket, sta diventando un tema. Ovvero quello dei genitori un po’ troppo tifosi. Tuttavia è anche deontologicamente corretto, a questo punto, fornita la versione della dirigenza, dar conto anche del punto di vista dei genitori che lamentano non solo lo spirito dell’iniziativa (che magari può aver raggiunto lo scopo, sebbene sia ritenuta eccessivamente dura), quanto le modalità con cui è stata assunta. Ovvero: l’aver comunicato il tutto sui social senza coinvolgere i genitori. Oppure l’aver “chiuso negli spogliatoi i ragazzi inveendo contro di loro” con parole “anche offensive”, per riportarli in riga con una sorta di processo sommario. O ancora l’aver punito dei ragazzini quando in prima squadra c’è chi si becca squalifiche sul campo ben più gravi. Credo che la conclusione di questa storia, bella o brutta che sia — valutate voi — sia una: lo sport è sport, il gioco è gioco. Si vince e si perde rispettando avversari, arbitri e tifosi avversari. E per gli appassionati di palla a spicchi aggiungo: conserviamo gelosamente quell’isola felice che era, e forse in parte ancora è, la pallacanestro, fiera di essere diversa dall’ambiente calcistico.






