Quando si hanno poche idee e scarso nerbo, è umano affidarsi agli altri. I propri idoli però, bisogna saperli scegliere e avere la forza di rimetterli ogni volta in discussione, perché possono anche portarti fuori strada. Nel caso di specie, il gracidare di Sigfrido Ranucci è stato per buona parte della sinistra italiana come il canto delle sirene di Ulisse, irresistibile a sentirsi, catastrofico negli effetti. Succede che la trasmissione televisiva Report abbia gettato nel piatto come una polpetta avvelenata l’anticipazione di un’inchiesta che andrà in onda domenica: senza informare le toghe, su quarantamila computer dell’amministrazione giudiziaria è stato installato un sistema che potrebbe essere utilizzato per penetrare i loro archivi e accedere a informazioni riservate; c’è pure un giudice che si dichiara violato in via informatica.
Alla vigilia del referendum della giustizia, l’opposizione si è avventata sulla notizia come un topo sul formaggio, senza verificarla, fidandosi del suo santone mediatico. Cosa c’è di meglio, per screditare la riforma del governo, di una bella inchiesta che dimostra che esso spia i magistrati? È partita così la gran cassa. I grillini hanno fatto una nota congiunta, firmata da tutti i loro rappresentanti nelle Commissioni Giustizia di Camera e Senato, tra i quali i magistrati Federico Cafiero De Raho e Roberto Scarpinato, per dichiarare che «la tenuta della democrazia è a rischio» e che Ranucci ha lanciato «un allarme impressionante». Alleanza Verdi e Sinistra è andata addirittura oltre, parlando di «governo di spioni», tirando in ballo «la Costituzione e la separazione dei poteri violate» e intimando la maggioranza di dare subito spiegazioni. Stessi toni dal Pd, preoccupato del controllo politico della magistratura, della Carta aggirata e dell’indipendenza delle toghe che va a farsi benedire.






