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Antonio Moresco ci racconta lo scrittore di cui ha curato "Transitori e risorti"
Macello uscì nel 2004, nella bianca Einaudi: il tempo lo ha reso un libro di culto. Ivano Ferrari, l'autore, con maniaca coerenza, tra compassione e cinismo, racconta, in versi, l'esperienza da operaio in un macello comunale. Quel libro è un unicum nel canone della poesia italiana, "Ivano è un poeta fuori scala, fuori registro alcuni lo stimano, è vero, ma resta un poeta invisibile". Come mai? "Perché la sua poesia non è eloquente e spesso si scambia per poesia l'eloquenza poetica. Perché la sua è una musica sincopata: poesia tirata fuori a strappi. Ivano è un poeta dell'oltranza, è un poeta dotato di schietta violenza, che tenta di dire l'indicibile senza girarci intorno mentre spesso chiamiamo poesia il girare intorno alle cose".
Incontro Antonio Moresco a Bologna, in un appartamento vicino al Teatro delle Moline, dove ha messo in scena Il buio, un suo testo di candida furia: si raccontano "le drammatiche e fiabesche vicende di Santa Rita da Cascia". È lui ad aver costretto Ferrari a pubblicare. Si sono conosciuti ragazzi, alla fine degli anni Sessanta, consacrati all'agire, "travolti dal sogno di cambiare il mondo attraverso la contingenza dell'azione politica. Poi venne per fortuna la leopardiana strage delle illusioni ed è iniziata la nostra vera amicizia: artistica, spirituale, poetica". Con Einaudi Ivano Ferrari ha pubblicato anche La franca sostanza del degrado (1999) e La morta moglie (2013). Non era un uomo facile. "Non apparteneva ad alcuna consorteria, era un isolato. Va detto che innalzava barriere di assoluto sarcasmo: ha fatto a pezzi più di un nostro caro amico. Gli piacevano Rebora e Biagio Marin, conosceva Umberto Bellintani, ma è rimasto un uomo dall'indole insurrezionale: non voleva essere omologato tra i caratteristi della poesia italiana; non voleva un riconoscimento pubblico, ma far arrivare la propria voce, la propria ferita agli altri. Pretendeva un rapporto esplosivo con le persone".






