C’è un fattore che i big dell’e-commerce non sono ancora riusciti a rubare alla controparte fisica: il rapporto umano. I dati raccolti dall’Osservatorio Reciprocità e commercio locale (promosso da Nomisma insieme a Percorsi di Secondo Welfare), sono molto chiari: per quattro italiani su cinque i negozi di vicinato sono presidi sociali che garantiscono la tenuta dei territori e delle comunità. Eppure, stando ai dati di Confcommercio, a oggi sono 206 i Comuni italiani che non hanno alcun esercizio di commercio al dettaglio.
I numeri
Lo studio, anticipato dal Sole 24 Ore, riporta la voce dei cittadini, che non solo ritengono che le attività di quartiere favoriscano l’economia sociale (nell’84% dei casi), ma le percepiscono come strumenti essenziali per rendere vivi i centri urbani (81%) e per generare un impatto sociale positivo (72%). E la riprova si vede nel mercato immobiliare: secondo Confcommercio, le case situate in quartieri colpiti da desertificazione commerciale perdono attrattività, causando una perdita di valore del 16% (ma il differenziale arriva al 39% rispetto a un immobile situato in un quartiere ricco di negozi).
Sono dati che suggeriscono quanto la pianificazione cittadina– urbanistica, demografica, sociale – dovrebbe andare di pari passo con quella commerciale. Con le peculiarità del singolo Comune: se le città più grandi hanno problemi nei centri storici e si muovono per ripopolarli, le zone rurali non hanno nemmeno avuto la forza politica e demografica per provare a contrastare le chiusure. «È stato chiuso tutto, e nessuno ha potuto protestare», spiega Francesco Capobianco, capo alle Politiche pubbliche di Nomisma, che cura l’Osservatorio. «Quando si arriva a chiudere l’ufficio postale, vuol dire che il paese semplicemente non esiste più».








