La scomparsa di Valentino Garavani segna molto più della perdita di un grande stilista, dopo quella di Giorgio Armani. Valentino è un caso paradigmatico di evoluzione finanziaria nel lusso italiano: da un controllo quasi artigianale a quello di players finanziari e capitali globali, dalle difficoltà di turnaround di fine anni '90 a una crescita significativa sotto capitali sovrani, dal posizionamento premium italiano ad un asset strategico per gruppi globali come Kering di François-Henri Pinault che dal 2029 potrebbe acquisire il controllo. Valentino ha seguito come consulente il brand di Valdagno fino al 2005.

La storia degli ultimi 30 anni della griffe, però, è stata caratterizzata dalla gestione di altri partner. E' dal gennaio 1998 che Valentino e il socio di lunga data Giancarlo Giammetti cedettero la maison alla Holding di Partecipazioni Industriali (Hdp), guidata da Maurizio Romiti, per un corrispettivo di circa 500 miliardi di lire (258 milioni di euro) in un'operazione che segnò la prima grande transizione societaria del brand. La vera ragione comunque della vendita, secondo fonti bancarie, risiedeva nel fatto che il fondatore possedeva marchio e asset attraverso scatole societarie domiciliate a Curaçao, isola caraibica olandese, rinomata per le sue spiagge nascoste ma anche per essere un paradiso fiscale. All'epoca la maison stava affrontando sfide operative e necessitava di una governance con expertise manageriale e risorse per sostenere l'espansione internazionale e investimenti in retail diretto. Tuttavia, sotto HdP che già aveva salvato Gft, i risultati restarono deboli: il gruppo non riuscì a sviluppare una strategia retail efficace né a valorizzare il portafoglio di licenze (ridotto drasticamente), con perdite operative che persistono fino alla cessione del 2002 per un totale di 400 milioni di euro.