ROMA Dazi è la parola che ha contraddistinto il 2025 del commercio internazionale e anche l’avvio del 2026. Ma sugli scambi globali agisce anche un’altra forza che fa da contrappeso al protezionismo. «Anche se i dazi e le restrizioni al commercio continuano a proliferare, lo stesso si può dire di intese regionali e bilaterali, il cui intento è ridurre le barriere al commercio internazionale», si legge nell’incipit di uno studio realizzato dalla società di consulenza McKinsey.

Buona parte dello scorso anno è stata segnata dall’annuncio di inizio aprile di extra-costi su gran parte dei partner commerciali degli Stati Uniti e dai successivi mesi di trattative tra le capitali e l’amministrazione a stelle e strisce guidata dal presidente Donald Trump. Da ultimo, la Casa Bianca ha minacciato la leva delle tariffe contro gli alleati Nato per rivendicare il controllo sulla Groenlandia. Tuttavia, i 12 mesi appena trascorsi sono stati anche quelli della rincorsa degli Stati a firmare quanti più accordi commerciali possibili.

L’impatto di alcuni degli accordi più recenti «è già evidente», scrivono ancora gli autori dello studio. Ad esempio, è diminuito il flusso di investimenti diretti esteri verso la Cina ed è raddoppiato, prima tra il 2015 e il 2019 e poi, post Covid, tra il 2022 e maggio 2025, l’ammontare destinato agli Stati Uniti. Allo stesso tempo, entro il 2035, circa un terzo del commercio globale prenderà altre rotte.