Il risotto al pomodoro è uno di quei piatti che sembrano sempre uguali solo fino a quando non si prova a seguirne le tracce: a quel punto cambia di intensità, registro e persino reputazione, a seconda di dove lo si incontra. Nella Lomellina pavese, però, quel rosso prende un nome che non cerca eleganza: risotto alla “figlio di cane”, detto anche in dialetto al ris dal fioeu d’un can. È una ricetta che si porta dietro più oralità che carta stampata, più soprannomi che bibliografie, e proprio per questo, negli ultimi tempi è tornata a far parlare di sé, soprattutto quando è sbarcata sui social (a riaccendere la curiosità anche un recente video sul canale Instagram @thefrog_magazine).
La documentazione scritta è scarna
Poche citazioni, quasi nessuna presenza stabile nei ricettari reperibili online, e un’unica àncora bibliografica che torna con regolarità quando si prova a mettere ordine: Gastronomia Pavese di P.M. Prunetti e G. Nicosia, stampato a Pavia da Renato Giardini Editore nel 1965. Un volume raro, di cui esistono pochissime copie anche in biblioteca, spesso in terre vicine come a Rivanazzano Terme. Il fatto curioso è che nel Pavese “di repertorio”, quello dei risotti codificati e difesi, il pomodoro non fa figura da ingrediente-bandiera.






