Sette vite, come quelle che possiedono i gatti, a Mauro Repetto non bastano. Smontarsi e rimontarsi, e poi disassemblarsi per riassemblarsi di nuovo: questa è la natura del cofondatore degli 883. Nella sua vita ha fatto delle scelte, come mollare d’emblée il suo amico e sodale Max Pezzali quando erano allo zenit del successo, che potevano sembrare assurde, e invece avevano una ragion d’essere specifica: allargare il raggio visuale dei propri sogni, scavare alla ricerca di quello che realmente sentiva di essere.
Un sognatore che ha voluto focalizzarsi su tutti e quattro i punti cardinali della sua anima, nord sud ovest ed est, rinsaldando la consapevolezza, socratica, che forse quel che cerca neanche c’è. Non ha mai avuto la benché minima intenzione di uccidere l’Uomo Ragno, ossia l’argento vivo dell’immaginazione che molti adulti, a differenza sua, spesso smarriscono. Era necessaria, nel percorso di autocoscienza, quell’avventura negli Stati Uniti che più che ricordare il sogno americano assunse, a tratti, i contorni del grande incubo. Era necessario interfacciarsi all’umiltà più assoluta, in una Parigi che lo accolse da anonimo lavoratore insieme ad altri lavoratori, nella location di Disneyland Paris, vestito da cowboy e da fantasma. Il Mauro che stiamo conoscendo ora discende da questo bagaglio. C’è stata in questi anni una autobiografia, una serie tv che ha fatto numeri importanti, uno spettacolo teatrale di enorme successo dal titolo Alla ricerca dell’Uomo Ragno.







