La Striscia di Gaza come un enorme cantiere, prima ancora che come un problema politico. È da qui che parte la visione di Ali Shaath, l’ingegnere palestinese chiamato a guidare il comitato tecnico incaricato di amministrare il territorio nella fase di transizione post-bellica. Un compito che lui stesso ha sintetizzato con una frase destinata a far discutere: «Se porto i bulldozer e spingo le macerie nel mare, creando nuove isole, posso liberare Gaza dai detriti e allo stesso tempo guadagnare nuova terra».

La dichiarazione non è un’iperbole ma il cuore di un approccio pragmatico alla devastazione materiale lasciata dal conflitto. Secondo Shaath, il problema principale non è ricostruire case e infrastrutture, ma liberare fisicamente lo spazio urbano da milioni di tonnellate di cemento, metallo e ordigni inesplosi. Senza questo passaggio preliminare, sostiene, ogni piano di rinascita è destinato a restare sulla carta.

Shaath non arriva alla guida del comitato come figura politica tradizionale. Nato a Khan Younis, nel sud della Striscia, nel 1958, è un ingegnere civile con un dottorato conseguito alla Queen’s University di Belfast e una lunga carriera nell’amministrazione palestinese, dove ha ricoperto incarichi legati alla pianificazione e allo sviluppo infrastrutturale. Per anni è rimasto lontano dai riflettori, muovendosi in un ambito tecnico. La sua improvvisa centralità è il riflesso di una scelta precisa: affidare la gestione del dopo-guerra a un profilo considerato “neutrale”, più vicino ai numeri e ai cantieri che agli equilibri tra fazioni.