Finimmo a El Hierro perché le Canarie ci stavano pregiudizialmente e in parte meritoriamente sulle balle. Ma di quel puntino, El Hierro, non parlava mai nessuno e noi siamo stereotipici. Isola scomoda da raggiungere, scali e collegamenti tutto tranne che quotidiani. Ma perbacco se ne valse la pena. I confini di una civiltà civile, un’alchimia sociale minuscola e rigida, mare selvaggio e cristallino, vette a 1.500 metri in 270 km quadrati, coste comprese. Uno stordente scherzo geomorfico laddove le temperature non variano quasi mai. Onde a riva e nebulose in altura a perimetrare boschi minuti, ginepri contorti dal vento incessante (uno, dalle forme esasperate, è il simbolo dell’isola). Pozo de la Calcosas, case in pietra nera fronte mare, per raggiungerle un'infinità di scalini così ripidi da mettere a prova i cuori più allenati. Bar umidi, sozzi, beoni che ti guardano come un alieno.

Di El Hierro se ne è parlato in tempi recenti per due ragioni. La prima, un documentario Prime sugli estremi dell’Europa, Svalbard e El Hierro, appunto. La seconda, la crisi migratoria: migliaia di disperati dall’Africa occidentale, centinaia di morti, il naufragio nel maggio 2025. Gli autoctoni deprecano (la Spagna).