Mistica e trasformista, bipolare e democratica. Chi ha scelto di viverci spiega perché l’isla è sempre l’isla: «Non solo un luogo, ma una sensazione»
di Maurizio Fiorino - foto di Jordi Cervera
Ibiza non ha concorrenti e non li avrà mai. Voglio dire: non nascerà mai un’altra isola in mezzo al nulla, dal nulla». Pascal Moscheni di professione fa il dj e alle Baleari ha deciso di andarci a vivere. Un’affermazione, la sua, che sembra quasi una formula magica – e, come vedremo, in un certo senso lo è davvero – perché quest’isola è riuscita nell’impresa rara di trasformarsi, reinventarsi e al tempo stesso rimanere identica a se stessa.
Se negli anni Sessanta attirava anime libere da ogni parte del mondo, gente che cercava un rifugio spirituale con la giusta distanza dal caos, dagli Ottanta in poi si è evoluta nel cuore pulsante della club culture europea, grazie a luoghi leggendari come l’Amnesia, il Pacha, lo Space e il Privilege (capace di accogliere 10.000 persone, appena rinato con il nome di Unvrs). Da quel momento in poi, insomma, Ibiza è entrata nell’immaginario di tutti, trasformandosi in una sorta di nuova religione: quella della musica elettronica vissuta non solo come intrattenimento, ma come esperienza collettiva. Tribale, mistica. «È una questione di posizionamento geografico: sei a due ore dal resto d’Europa e a nove ore dall’America. E poi, sì, è vero, c’è il misticismo. Nell’isola c’è una certa energia dovuta all’insieme della musica e alla natura ma, a parole, è inspiegabile. Bisogna viverla», sostiene Moscheni. Quel che è certo è che Ibiza continua a essere un punto di riferimento per la musica elettronica, ma non solo. E questo si avverte subito.






