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16 GENNAIO 2026
Ultimo aggiornamento: 8:13
Sebbene Donald Trump dica di averne bisogno per ragioni di “sicurezza nazionale”, non è neppure nominata nella nuova National Security Strategy pubblicata a novembre (che, tra l’altro, non contiene neanche la parola “Artico”). Eppure è tra i temi che il presidente menziona ogni giorno. In pochi mesi quella di prendere il controllo della Groenlandia è diventata un’idea centrale della sua amministrazione, frutto di un dibattito che si svolge negli ambienti conservatori e nel quale sta prevalendo l’orientamento più radicale: quello incarnato da Russell Vought, dirigente di altissimo livello della Casa Bianca considerato il “presidente ombra”.
Nel 2019 l’idea di acquisire il territorio autonomo danese venne liquidata come una stravaganza. La proposta suscitò ironie, smentite e imbarazzo diplomatico. Copenaghen la respinse senza appello (“Deve essere uno scherzo da 1° aprile”, twittò l’ex premier Lars Loekke Rasmussen), gli europei la considerarono una boutade e gran parte dell’establishment repubblicano prese le distanze. Nonostante da decenni il Dipartimento della Difesa abbia costruito una narrativa che descrive l’Artico come “un terreno strategico in quanto potenziale vettore per un attacco contro la patria degli Stati Uniti”, l’idea di comprare l’isola non era solo impraticabile: era politicamente impresentabile. Pochi mesi fa però il quadro cambia, al punto che ciò che sei anni prima era deriso oggi viene discusso e in alcuni casi apertamente sostenuto da think tank conservatori molto vicini al governo del tycoon.













