di Francesca D.
Sono dipendente pubblico e mi sono sempre servita quasi solo della sanità pubblica, fino a tre-quattro anni fa. Qualche anno fa, il mio Ente pubblico propone l’adesione facoltativa (in alternativa a un sistema di rimborsi parziali legati al reddito) a una polizza collettiva privata sulla salute a un prezzo molto conveniente, grazie al contributo dell’Ente stesso.
Qui comincio a seguire il flusso di denaro: una piccola parte del mio stipendio, pagato con soldi pubblici, finisce a un’assicurazione privata, grazie alla “sponsorizzazione” del mio Ente pubblico; soldi pubblici nella disponibilità dell’Ente finiscono a questa stessa società privata come contributo al premio assicurativo. Aderisco alla polizza (non si sa mai, sono scaramantica…) e, in effetti, tre anni fa usufruisco della copertura per un intervento chirurgico urgente, ma non indifferibile. Nella struttura pubblica, mi hanno detto che i tempi erano lunghi, ero sofferente e, con la vocina della coscienza che mi ronzava nelle orecchie, ho percorso la via del privato convenzionato con l’assicurazione.
Ho passato tre anni in buona salute finché recentemente non ho avuto un piccolo malore e il mio medico di base mi ha prescritto dei controlli. Non era roba da pronto soccorso, i tempi negli ambulatori pubblici erano biblici, quindi sono andata di nuovo nel privato con l’assicurazione. Ma in questi tre anni sono cambiate parecchie cose:






