Per una volta, Paolo Sorrentino sceglie la strada della misura. La Grazia arriva oggi nelle sale ed è un film sorprendentemente “normale” per gli standard sorrentiniani: non è un capolavoro abbagliante, ma nemmeno un esercizio narcisistico fine a se stesso. È piuttosto un’opera intelligente e controllata, persino furba, capace di parlare a pubblici diversi e di tenere assieme, senza strappi, istanze morali, politiche e sentimentali.
Al centro del racconto c’è Mariano De Santis, presidente della Repubblica italiana sul finire del suo settennato, interpretato da un Toni Servillo tutto in sottrazione. Vedovo, cattolico, uomo di legge e di disciplina, l’ex democristiano De Santis è chiamato a prendere decisioni che pesano come macigni: firmare una controversa legge sull’eutanasia e pronunciarsi su due richieste di grazia legate a omicidi “pietosi”. Il film nasce da un fatto reale- la grazia concessa dal presidente Mattarella a un uomo che aveva ucciso la moglie malata di Alzheimer ma Sorrentino trasforma lo spunto di cronaca in un dispositivo narrativo più ampio, in cui il potere diventa soprattutto una questione di coscienza.
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