VENEZIA - Quanto mistero può davvero scatenare un nuovo film di Paolo Sorrentino? Lo si dice perché nei mesi di avvicinamento alla Mostra del Cinema di Venezia di “La grazia” non si poteva sapere niente: trama fumosa, poche notizie, perfino nessuna anteprima stampa, prima di arrivare tutti al Lido, come si usa spesso fare per i film italiani. Invece su “La grazia” c’è stato un silenzio praticamente totale. Quindi ripeto: quanto mistero ci può essere in un nuovo film di Sorrentino, se non che sarà ancora un film “tipicamente” di Sorrentino? Sarà sconvolgente per i temi trattati, sarà, se non pauperistico, misurato nello stile, sarà più vicino al “Il divo”, sapendo che tutto sommato si doveva trattare di un presidente della Repubblica nel semestre bianco, oppure a “La grande bellezza” o a “Parthenope”?
Ora che il mistero è stato finalmente sciolto, si può anche dire che di sorprese non ce ne sono, che lo stile è rimasto quello tipicamente barocco, che il suo cinema continua a essere fortemente “pesante” (non è necessariamente un difetto), che tutto risulta sempre molto calcolato e scritto, che simbolismi e metafore sono predilette, che il desiderio di sconfinare nella commedia, nella farsa rimane irrefrenabile e che l’ossessione senile per il femminile rischia di mangiarsi un po’ tutti gli argomenti. Che non sono pochi e nemmeno deboli. Mariano De Santis è il presidente della Repubblica, con nessun riferimento a uno in particolare, suggerisce lo stesso Sorrentino. Il suo mandato sta per scadere. Ha due figli: il maschio è andato a Montreal, la femmina è in pratica la sua collaboratrice più fidata, giurista come il padre. Cattolico osservante da buon democristiano (la figlia si chiama Dorotea, è Anna Ferzetti), è un uomo solo (la moglie è morta), piuttosto grigio (è soprannominato Cemento armato), anche nel vestire (occhio alla battuta su Jep Gambardella), turbato da un grande dilemma (con chi, 40 anni prima, la consorte lo tradì, che diventa purtroppo il quesito ossessivo del film?), vive nel dubbio ed è incerto su ogni decisione (ora ha due grazie su cui decidere e soprattutto la legge sull’eutanasia sul tavolo). Lo vediamo all’aurora (la moglie si chiamava proprio Aurora, perché nulla è lasciato al caso) nella solitudine di una Roma dormiente, dall’alto del Quirinale e poi vagare con la meticolosità che Toni Servillo calcola al millesimo per le stanze del palazzo presidenziale.














