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Ultimo aggiornamento: 9:51
Nel 2002 Danny Boyle aveva riscritto a modo suo la parabola dell’apocalisse zombie lanciandola come un sasso sulla sua Londra, resa deserta e inquietante. Lui in immagini per la regia, Alex Garland in sceneggiatura. 28 giorni dopo lanciò l’irlandese Cillian Murphy, futuro premio Oscar per Oppenheimer, e impose all’immaginario collettivo una nuova idea di zombie movie dalle corse indiavolate, e soprattutto legata più strettamente a un virus che a una non-morte soprannaturale.
Una specie di rabbia, malattia peraltro metafora tragica di un mondo ipercinetico che ha perso ogni grazia. I giorni diventarono 28 settimane dopo, e poi 28 anni nel sequel del 2025, ai quali oggi si aggiunge un quarto capitolo sempre più truculento, 28 anni dopo – Il Tempio delle Ossa, dove quell’umana grazia tenterà di recuperarla il dottor Kelson, alias Ralph Fiennes. Comparso nel franchise già al capitolo precedente, il suo personaggio cercherà di domare/educare l’alpha, il capobranco degli infetti.
La regia passa a Nia DaCosta, scrittura sempre di Garland, e producer Boyle. La regista newyorkese sembra accantonare lo zombie movie per un horror organico e splatter, ma anche più lineare, quasi quanto le teste e le spine dorsali strappate a mani nude dall’apha. Esseri umani come gamberetti. La sua narrazione si concentra sui conflitti dei vivi mettendo di fronte Fiennes e Jack O’Connell, titolare di un nuovo cattivello niente male, che si aggira comandando un manipolo di ragazzi in tuta, tutti ribattezzati Jimmy. Ci ricorda un po’ il primo Negan di The Walking Dead, con uno stile formale dalle parti dei Drughi di Arancia Meccanica.







